«Tutto scriveva nella casa quando scrivevo»

«La solitudine della scrittura è una solitudine senza la quale lo scritto non si realizza o si sbriciola esangue nel cercare cosa scrivere ancora.

Ci vuole sempre una separazione dagli altri intorno a chi scrive libri. È una solitudine, la solitudine dell’autore, quella dello scritto. Tanto per cominciare, ti chiedi che cos’era quel silenzio intorno a te e praticamente a ogni passo che fai in una casa, a ogni ora del giorno, sotto tutte le luci, quella di fuori o quella delle lampade accese anche durante il giorno. La solitudine reale del corpo diventa quella, inviolabile, dello scritto.

Trovarsi in un buco, in fondo al buco, in una solitudine quasi totale e scoprire che soltanto la scrittura ci salverà. Essere senza alcun argomento di libro, senza alcuna idea di libro significa trovarsi, ritrovarsi, davanti a un libro. Un’immensità vuota, un libro eventuale. Davanti a niente. Davanti a una scrittura viva e spoglia, in un certo senso terribile, terribile da sormontare. Credo che la persona che scrive non abbia nessuna idea di libro, ha le mani vuote, la testa vuota e conosce dell’avventura del libro soltanto la scrittura asciutta e nuda, senza futuro, senza eco, remota, con le sue regole auree elementari: ortografia, senso.

Nella vita viene un momento, credo sia fatale, cui non si può sfuggire, in cui si mette tutto in dubbio: il matrimonio, gli amici, soprattutto gli amici della coppia. Non il figlio. Il figlio non è mai messo in dubbio. E il dubbio ci cresce intorno. Questo dubbio è solo, è il dubbio della solitudine, nato dalla solitudine. Si può già dire la parola. Credo che molti non potrebbero sopportare quello che dico, scapperebbero. Forse per questo ogni uomo non è uno scrittore. Ecco la differenza, ecco la verità, nient’altro.»

Marguerite Duras, Scrivere, Feltrinelli 1994

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Stamattina era crollato tutto

Dappertutto non è il posto in cui cercare.
Pierluigi Cappello

 

La mattina mi sveglio, ancora a letto faccio la lista delle cose da fare. Poi chiudo gli occhi e mi dico “Andrà meglio”, me lo ripeto tutte le mattine.

Stamattina al posto della lista delle cose da fare ho fatto la lista degli amici che mi sento. Gli amici che mi sento comprendono persone vicine e lontane, soprattutto lontane, e sono poche. Tra quelle lontane ho scelto Mirco, mi sono alzata, mi sono infilata le pantofole, gli ho scritto.

Mirco è spesso malinconico e io non sempre riesco a sedergli accanto nella sua malinconia. Ma non mi ha mai rimproverata per questo. Mi ha sempre ritenuto una buona amica, anche così, con tutta questa distanza. E le poche volte che ho messo da parte la mia corazza e gli ho confidato le mie fragilità lui si è seduto con me nelle mie debolezze, dandomi tempo e attenzione, avendo cura.

Mirco, gli ho detto, ho bisogno di mettere dei punti, allontanare delle persone che credevo amiche. Mirco, pensavo di avere costruito delle cose importanti in questi ultimi anni, dei rapporti, delle relazioni, invece quando mi sono alzata stamattina era crollato tutto. Mirco, che devo fare? Credo di avere preso delle scelte sbagliate, a tornare, una volta, due. Mirco, sono come mia figlia, quando la stringiamo troppo in un abbraccio lei si mette a piangere. Mirco, sono infelice, non mi so godere il bene che ho, perché mi sono persa, perché ho perso una parte enorme di me, ho cercato di seppellirla ma continua a dimenarsi, a battere dentro spazi sempre più piccoli con colpi sempre più forti.

Gli ho detto queste e altre cose confuse. Lui non si è scomposto. «Maria», mi ha detto, «tu tornerai. Anche se hai abbandonato le cose che ami, le cose che ami non ti hanno abbandonata. E forse hai ragione tu, forse dedicarsi a loro è inutile, infruttuoso, lungo e faticoso, ma quante volte amiamo in questo stesso modo? Sei quello che sei, e quello da cui hai cercato di fuggire è il tuo modo di amare la vita, di dare un senso alle cose, di respirare. Devi soltanto accettarlo, farne pace».

Ho pianto. Avevo paura e mi sentivo liberata. Ma soprattutto avevo paura, la paura è sempre stata la mia passione, il mio cane da guardia, la mia zavorra. Ogni cosa che ho affrontato nella vita l’ho affrontata con paura, ma molte di più sono le cose che per paura non ho affrontato. Tra le mie paure più grandi, dopo le solite, come la paura che muoiano le persone che amo, c’è la paura di scoprire di avere perso il mio tempo. L’unico bene che anche l’amico più generoso non può restituirti. Per questo ho smesso, per paura di perdere tempo. Di più, per la certezza che lo stavo perdendo.

Ma ho smesso anche perché è morta una persona che amavo, quella che più mi aveva amata al mondo. E mi è sembrato che non avessero più senso le parole se non avevano saputo tenerlo in vita in qualche modo. Così l’ho ucciso del tutto. Forse per questo quando penso a quello che ho scelto di perdere uso la parola “seppellire”. Quell’uomo l’ho perso una volta, per malattia e vecchiaia, e l’ho perso una seconda volta, per incuria, per paura, per disperazione.

Si configura come una perdita, questa mancanza, è sempre più chiaro. O come un insieme di perdite. Ma io non ho una carta e nemmeno la capacità di orientarmi. Non so dove mi trovo, e non so dove cercarmi. «Mirco, dimmi che devo fare». Ma non riesco più a ricordare la risposta.

 

 

Rosso 37

Le guance un poco rosse
noi due alle spalle della porta
e sopra il rosso della poltrona
io che muoio mille vite per te
e muovo le corde dei santi
nel cielo, e prego; al di là del vetro
un riflesso di quadri, di libri
come mucchi d’ossa ordinati.

Farfalle

Qualche volta ho paura
di diventare come una di quelle
farfalle bellissime, mostruose
che faticano a conquistare il cielo

il grosso corpo striato di rosso
una sacca bianca appuntita
trascinata da ali pesanti e
troppo piccole per spiccare il volo
e troppo grandi per stare in una mano

così con delle inutili zampette
resterei con l’uomo che mi nutre
lui ignaro e io feroce
immaginando da qualche parte il cielo.

Giorni fragili

Quando di notte mi vieni a trovare
il lenzuolo brucia sotto la schiena
per un certo dolore

che imparo anche per te
come il ramo in primavera impara
il dolore di germogli

averti dovuto lasciare
credo sia stato un bene.