Ti farò del bene

Ti farò del bene.
Ti racconterò storie di fiamme per farti sanguinare.
Ti porterò oltre la radura, verso l’abisso.
Ti amerò come un animale.

Aprirò la notte per te (la notte con le sue cento dita,
con le sue mille ciglia). Aprirò i tuoi occhi,
l’altare più vasto che abbia mai conosciuto;
berrò da te altro vino e altra vita.

Per te prosciugherò la gola e il canto
imiterò il verso gli uccelli
e il fruscio delle alte foreste
solo per farti ridere.
Ti accompagnerò come il silenzio,
come un corteo di angeli migrerò nel tuo petto,
parlerò le tue parole, rallegrerò i tuoi nomi.

Io ti cullerò, sarò il tuo vento,
sarò la tua altalena, le colline dei tuoi paesi,
io sarò il tuo fiume ordinato
ti passerò nelle vene e ti farò preghiera.

Io sarò la tua pelle
io l’oro delle tue scapole
io la tua schiena sudata
schiuma del tempo quando l’ora vacilla
io e te rami gravidi
io e te tempesta,
legno di battaglia.
Io e te grano che germoglia
dal nero in volo dei campi
e poi grano maturo
quando la fatica separa
il seme da una parte
dall’altra la pula.

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Fa caldo e sto leggendo

Fa caldo e sto leggendo. È un libro coi risvolti, alta grammatura, carta opaca. Lei dorme da quasi mezz’ora. Io sono seduta al tavolo della cucina, con le maniche lunghe e sotto niente. Questo tempo è pieno, è vuoto. Nel cielo un velo di scirocco agisce sulle strade come un sonnifero dolce e feroce.

Fa caldo e sto leggendo. Tengo una matita in mano, gialla e nera, con la punta morbida, rotonda. Qualche volta sottolineo una frase o faccio un piccolo segno verticale accanto alle parole. Quasi sempre è la frase di chiusura a ogni paragrafo. Chi ha scritto ha voluto curare questo soprattutto, il congedo.

Fa caldo e sto leggendo. Tengo una matita in mano, gialla e nera. Ogni tanto la poso in mezzo al libro, lo chiudo. Le pagine si gonfiano attorno al corpo della matita, formando un piccolo occhio dalla pupilla sporgente e aguzza. Occhio dentro corpo. Corpo dentro corpo. Punta alla tastiera, dritta, sicura come un generale di guerra.

Fa caldo e sto leggendo. Ogni tanto poso la matita in mezzo al libro, lo chiudo. Passo a scrivere una frase alla tastiera, brilla sullo schermo, lampeggia rincorrendo quella stanghetta verticale che ti dice dove sei. Quarta riga, quinta riga, fine frase. Io non corro. Io non inseguo. Io aspetto e penso e quando smetto di pensare affondo.

Fa caldo e sto leggendo. Quando scrivo mi trovo in un luogo profondo e pieno d’acqua. L’acqua risale lungo le caviglie, le gambe, le ginocchia, le cosce, la cicatrice sopra il pube, l’ombelico, le costole, i seni, il collo, il mento, la bocca, il naso e quando raggiunge gli occhi io la guardo, la linea orizzontale e liquida che mangia il mio corpo verticale. La guardo, e non affondo.

Fa caldo e sto leggendo. Quando scrivo sento ancora più caldo. Fa così caldo che mi esplode il cuore nel petto e il sangue arriva fino alla punta delle dita, largo, vastissimo. E quello che scrivo diventa vero, diventa la mia pelle, diventa la pelle che tutti possono toccare, diventa il corpo che mando in giro al mio posto, diventa il mio fantasma, diventa il mio simulacro, diventa il mio equivoco, diventa il mio sepolcro.

Fa caldo e sto leggendo. Ogni tanto poso la matita in mezzo al libro e scrivo. Tiro su le maniche della maglietta. Vorrei aprire tutte le finestre, ma temo che il rumore della strada possa svegliarla. Mi chiedo cosa resterà di tutto questo calore. Cosa ho passato a lei di tutto questo calore.