Orecchini

Stamattina mentre prendevi il caffè mi hai detto che ero bella. Avevo messo un paio di orecchini di perla, non ne indossavo da tempo e temevo che presto i buchi si sarebbero richiusi. Con questi capelli, ti ho detto, saranno gli orecchini. Può darsi, e hai bevuto un altro sorso di caffè prima di uscire per andare al lavoro.

Per ora lavoro da casa. Non insegno, per ora, non li guardo crescere quei ragazzini, non li correggo quando sbagliano, non li faccio ridere quando li vedo incupiti, non li rimprovero per non aver fatto i compiti a casa. Per ora scrivo. Redattore tecnico, così mi hanno chiamata. In ufficio non c’era più posto, finché non si spostano nei locali nuovi la redazione lavora da casa. Caffè, latte di mandorla, succhiare cubetti di ghiaccio, e nel frattempo scrivere, ecco cos’è per me questo lavorare da casa.

Spero che l’ufficio nuovo non sia mai pronto e che l’inverno arrivi in punta di piedi.

Fa freddo da due giorni ed è l’unica sensazione che mi riporta all’autunno, che per il resto a Catania non si vede. Se fossi stata a Carpi avrebbero cominciato a ingiallirsi le foglie e dopo un paio di settimane avrebbero cominciato a cadere, continuando a farlo per tutto l’inverno. Immagino che avrei vissuto di nuovo nella stessa casa dell’anno scorso e dal mio balcone al terzo piano avrei individuato la sola foglia rimasta ancora verde. L’avrei guardata tutte le mattine e mi sarei detta che anche io potevo resistere. Finché non cade non cado. Fino alla mattina in cui non l’avrei più trovata.

Se fossi stata a Carpi sarei stata in seconda G, in seconda B e in seconda D. Avrei avuto meno alunni perché alcuni sono stati bocciati e altri hanno abbandonato la scuola. Me lo hanno detto le colleghe e me lo hanno detto alcuni di loro che in questi mesi mi hanno scritto per chiedermi come stavo, e se sarei tornata. Silvia, per esempio, che è dislessica e una volta mi ha scritto un messaggio pieno di errori per dirmi che quando è triste pensa alle mie parole e trova la forza per andare avanti. Non ho idea di quali possano essere queste parole, forse è solo il pensiero di qualcuno che una volta ti ha fatto del bene senza sapere come.

Oppure sarei stata in terza I, a preparare riassunti e mappe concettuali per Norb e Leo. E Leo mi avrebbe fatto ogni giorno i suoi dodicimila scherzi, e si sarebbe arrabbiato per aver dimenticato a casa un quaderno o perché Sam non aveva voluto dargli la caramella arcobaleno. E Norb non avrebbe avuto voglia di studiare, mi avrebbe guardato con aria supponente e si sarebbe messo a scrivere una delle sue storie su una pagina di diario. Storie in cui un pirata deve trovare un tesoro nascosto, o storie in cui un ragazzo e una ragazza si amano ma poi il ragazzo finisce in ospedale investito da un motorino. Avrebbe sbagliato tutte le parole, perché è ipoacusico e non ha mai imparato il suono corretto delle lettere che continua a confondere. E io gli avrei detto lo stesso che era stato bravo e che il suo racconto mi aveva appassionato moltissimo. Avrei usato parole semplici, superlativi assoluti, sorrisi.

Se fossi stata a Carpi avrei preso in prestito tre libri alla volta alla Biblioteca Loria. Ne avrei tenuto uno in borsa, uno sul comodino e uno sul tavolo del soggiorno. Ogni pomeriggio avrei guardato un film diverso. Avrei declinato ogni invito a uscire la sera, troppo freddo, troppo stanca, mal di testa.

Nebbia. Avrei avuto nebbia. Pregato che non cadesse la neve, steso i panni sul termosifone del bagno. Avrei sentito i miei soli passi echeggiare in tutte le stanze, avrei lavato un piatto solo e non mi sarei preoccupata di finire l’acqua calda nella doccia. La sera mi sarei rannicchiata in un letto smisurato stringendo un cuscino tra le braccia. E non avrei mai indossato degli orecchini e mai nessuno mi avrebbe detto che ero bella, anche così, con questi capelli.

 

 

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