Cristina

Cristina non vuole. Tiene la testa appoggiata al finestrino dello scuolabus ed è completamente vuota. L’hanno portata a saltare sui cuscini, a tuffarsi sui materassini gridando il suo nome. E solo dopo molte esortazioni si è lasciata cadere in silenzio, come un corpo che non conosce sangue. I suoi capelli si sono scomposti un poco, hanno tracciato brevi linee scure su una federa di fiori rosa. Si è rialzata con lentezza, curvata nella schiena, senza fare rumore.
Le hanno chiesto di colorare, di disegnare, di parlare, di essere una persona normale, di avere dei desideri. Ma Cristina esiste solo per negazione.

Cristina guarda ma non vede il viale alberato fuori dal finestrino, i pollini bianchi che si aggrumano sul ciglio della strada come batuffoli leggeri di cotone, e sembrano neve, a guardarli da lontano, una neve di maggio che rallenta i pensieri.

Un giorno sarà una sposa mite, un debole arredamento della cucina. La faranno madre e non saprà mai d’essere donna. Rifarà i letti ogni mattina, preparerà un sugo senza sale, infilerà nella lavatrice capi d’ogni colore senza cattiveria né premeditazione. Non si ribellerà a nessuna rimostranza. Non comprerà mai un abito per sé. Non chiederà mai di andare al cinema. Non sceglierà quale libro leggere la sera. Non si concederà. Non si negherà. Lentamente, giorno dopo giorno, diventerà quello che è. Pallore che dilegua, soffione, neve di maggio.

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