La malattia degli alberi

Quando ho visto la nuova casa ho pensato che qui avrei potuto scrivere, avrei potuto essere felice. Dalle finestre le chiome folte degli alberi segnavano un confine tra uno spazio che sarebbe stato mio e un altro che sarebbe rimasto estraneo. Maurizio mi accompagnava per le stanze piene di scatoloni, oggetti vecchi appartenuti al padre, lampade rotte, bicchieri opachi, pentole annerite dalla lunga offesa del fuoco. Se avessi deciso di prenderla avrebbe sistemato tutto nel giro di qualche settimana, cambiato gli infissi, montato i mobili nuovi del soggiorno. Il bagno era stato rifatto interamente, la doccia mai stata usata. Nella camera da letto tre materassi diversi accatastati sulla rete mi offrivano la possibilità di scegliere quello più comodo, quello ortopedico, quello a molle, quello sottile.
Nel frattempo abitavo a casa della zia di Cristina. Una casa in cui ero di passaggio e la mia vita conviveva con la testimonianza di altre vite: giochi in scatola riposti in uno stanzino, libri scolastici impilati in vecchi scaffali, fotografie di nonni che non conoscevo, di bambini che non avevo visto crescere. Nonostante fossi un’ombra provvisoria, ero riuscita a costruirmi delle abitudini. Non avrei lasciato traccia della mia presenza ma intanto preparavo le lezioni nel soggiorno, ricoprivo il grande tavolo in legno lucido di liste e mappe concettuali sull’antico Egitto o sul sistema dei personaggi. Il giovedì pomeriggio andavo in biblioteca e prendevo in prestito film e libri di poesia che leggevo la sera, a letto, quando la stanza s’intorpidiva per la luce arancione della lampada. Alcune abitudini hanno preso la stessa importanza del rito, di una ripetizione sacra e protettiva. Non dovevo sentirmi sola, o tutto sarebbe crollato. Cercavo rifugio nei libri e quando non bastava il loro calore passavo da Cristina, lasciavo che le sue risate mi distraessero, il suo modo generoso di stare al mondo, la sua incapacità di nascondere del tutto una certa tenerezza sotto la maschera della disciplina.
Il giorno in cui ho lasciato quella casa sono passata da lei per restituirle i film e i libri che mi aveva prestato. L’ho ringraziata e le ho detto che andarmene un po’ mi dispiaceva.
«A me molto», ha risposto.

Di tutto il verde che mi aveva stordito il primo giorno non è rimasto quasi niente. Gli alberi sono  spogli e oltre il loro profilo appuntito si vedono palazzi in cotto e finestre chiuse e mute. Il parco in cui affondano le radici è sempre vuoto, sempre vuote le tre panchine, solo qualche bicicletta smuove ogni tanto l’aria, qualche cane agguinzagliato che non sento mai abbaiare. Da quando sono qui non ho scritto niente e nemmeno per un momento sono stata felice. Giro ormai sfiduciata per le stanze, riempiendole di vestiti miei, libri miei, oggetti miei che riconosco sempre meno. In cui mi riconosco sempre meno. Disorientata, senza punto focale, senza baricentro, barcollando in un corpo che non è più mio e non è ancora mio.
La casa adesso ha infissi nuovi, i precedenti sono stati traditi, scardinati da una vita logora e ormai inservibile. Il soggiorno ha mobili moderni, mobili da catalogo, fatta eccezione per un vecchio divano dall’imbottito scivoloso e dal rivestimento nocciola scolorito a chiazze. Dalla finestra vedo un solo albero. Dal suo corpo diramano decine di braccia sottili. Ha foglie brune che non si staccano mai. Il suo tronco è coperto di macchie, come una vitiligine muschiosa e bianca. Quando lo guardo vedo la malattia di questo posto. Quest’ossessione di ricoprire le strade di un verde artificiale e offensivo. Per distrarre i pensieri dal freddo, dalla nebbia, dal sole che si scorge – quando si scorge – solo all’ora di pranzo, da una luce sempre smorzata, dall’inquietante montonia della pianura. Questo verde ordinato che esiste per le domeniche e i bambini, che non si sporcano mai, che vanno a lezione di chitarra il martedì e in piscina il giovedì, che hanno le madri in fabbrica e i padri al negozio e delle ragazze che li aiutano coi compiti tre volte la settimana nei giorni dispari. Questo verde da oratorio, da volontariato, da comunità solidale che lotta per restare in piedi, per assieparsi nelle buone intenzioni, mentre si preparano i mercatini dell’artigianato locale, da cui sono esclusi gli immigrati perché l’integrazione è un diritto ma preservare la propria identità è un dovere. Questo verde asciutto, che non sanguina mai, che marcisce in silenzio, rispettoso di ogni cura, che ringrazia per le mani che lo dissetano, mentre in lui qualcosa muore, qualcosa come: una superflua ed evitabile passione, una linfa selvaggia, dimenticata nelle vene di Dio – e poi a che serve Dio, se pure gli alberi, ammalati, stranieri, riescono a sopravvivere.

4 pensieri su “La malattia degli alberi

  1. Forse è solo una percezione amplificata.. credo che la primavera e la bella stagione ti faranno vedere tutto sotto una luce diversa, e torneranno i colori. Aspetta di aver concluso un intero ciclo delle stagioni. Poi vedrai. Le piante ci insegnano anche questo. La pazienza dell’inverno, il saper aspettare e avere speranza. Un abbraccio.

    • La il@ non sai con quanta speranza aspetto la primavera, e con quanta curiosità. Questo è un inverno raccolto, chiuso nei suoi limiti, angusto. Però che bello trovare qui questo tuo abbraccio inaspettato. E ricambiato.

      • ..conosco anch’io il grigiume di certi momenti e non è facile attraversarli, ma ho imparato anche che spesso molto dipenda dagli occhi con cui guardiamo, dall’avversione che proviamo o – al contrario – dall’apertura alla scoperta e conoscenza di ciò che per noi è nuovo. A volte non ci accorgiamo della bellezza di ciò che abbiamo intorno, semplicemente perchè abbiamo paura o stiamo soffrendo. Quando stiamo bene è tutto più semplice, lo so. Coraggio! Da oggi io son qui, se vuoi.. ;)

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