La sconosciuta

Di primavera, qualcuno mi vide in fondo agli occhi qualcosa di oscuro che premeva per venire fuori. Fino a quel momento di me si vedeva soprattutto questo: la bocca piccola, il neo vicino alla narice, gli occhi stanchi ai limiti dell’inespressione, gli occhiali, un vestiario anonimo e i capelli trascurati. Il mio timore, parallelamente, era quello di sembrare priva di personalità, facilmente manipolabile e, in ultima istanza, totalmente assente o disinteressata alla vita.
Era quasi tutto vero, per questo temevo si notasse.

Nessuno mi aveva mai trattato da adulta, io stessa avevo difficoltà a pensarmi come una donna. Donna voleva dire sicurezza, consapevolezza, indipendenza e coraggio. Io ero solo una ragazza, confusa, insicura, e avevo paura di tutto. Quando mi restituì il foglio non mi guardò negli occhi nemmeno per un istante. Fu così che cominciò a sconfiggermi.

Il foglio era diviso per sezioni, complessivamente c’era scritto che ero brava ma non abbastanza. Rcordo una frase, la ricordo perché mi segnò con la precisione di un cecchino. Con la sua grafia lunga e stirata, come le zampe di un fenicottero, aveva scritto: “Da te esigo la perfezione”. Feci di tutto per non deluderlo, e quando tutto non fu abbastanza, cominciai a mettere tra me e la perfezione una distanza incolmabile e sfacciata. Mi rivoltai silenziosamente. Consegnavo ogni esercitazione sapendo che conteneva un certo numero di errori o trascuratezze. La trascuratezza soprattutto era inammissibile, la sciatteria, la banalità. Me ne fottevo. Continuavo a sentirmi inadeguata, mai all’altezza delle aspettative altrui, mai all’altezza dei miei stessi desideri e con questa fame mai appagata continuavo ad andare a lezione, studiare e scrivere. Senza dire niente e senza tradire nessuna incertezza.

Intanto accumulavo liste di libri che non avevo letto. Autori che non avevo mai sentito nominare. Sentivo idolatrare i grandi scrittori americani e tra gli italiani contemporanei salvarne due o tre, bollando tutti gli altri come mediocri impostori. Nemmeno mi interessa sapere se avesse ragione. La ragione non gliel’ho mai concessa. L’ho sempre intimamente detestato. Per le sue camicie curate, per le spalle troppo dritte, per il sorriso studiato e fraterno, per le pause a effetto durante le lezioni. Per le cose che sapeva e per quelle che fingeva di sapere. L’ho sempre detestato e ammirato: per questo, per la sua capacità affabulatoria e per quella sua naturale inclinazione al tradimento, una volta estinto il contratto. Ecco cosa lo rendeva disumano e infernale.

Ma nell’ultima sezione di quel foglio suggeriva tre libri da leggere. Ne ho comprati due e letto uno. Quello che ho letto parlava di silenzio e artigianato. Di dedizione estrema, di saggezza. Quello che non ho ancora letto parla di un paese, di un’infanzia vissuta nel frastuono e di una vita proseguita in viaggio, e sempre coi fantasmi. E l’ultimo, che non ho mai nemmeno comprato, parla di una donna che fuoriesce dalla sua emotiva giovinezza per farsi donna piena. E perché questo avvenga deve misurarsi con la rivolta e con l’oscurità che porta dentro.

Fu lui che vide di me quello che io stessa ignoravo.

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