Una stanza con le pareti verde acqua

Delle centossessantotto ore presenti in una settimana ce ne sono quattro in cui sto bene. Le trascorro in una stanza con le pareti verde acqua, sedie colorate e tavoli pieghevoli di metallo. Su uno c’è un contenitore di plastica pieno di pennarelli, per metà non funzionano. Prima dell’inizio della lezione fotocopio le schede di lettura e gli esercizi. Sempre su carta riciclata. Sei copie. A volte avanzano, a volte non bastano.

Spesso c’è un nuovo studente. E spesso ne manca qualcuno dei vecchi. Ogni volta che manca qualcuno mi chiedo perché. Se ho sbagliato qualcosa, se si sono annoiati, se hanno dovuto fare un turno doppio al lavoro, se hanno la febbre. Ieri mancavano Sing, Sital, Abdelouahed, Ram e Thiarno. Ma sono tornati Akvile e Houssain. Ed è arrivato Pascal. Pascal dice di essere timido, ma parla in italiano con naturalezza e finisce gli esercizi prima che gli altri abbiano cominciato. È evidentemente troppo bravo per seguire il corso base, dovrebbe passare all’avanzato. E Thiarno era evidentemente troppo alle prime armi, avrebbero dovuto assegnarlo all’alfabetizzazione.

Ma io sono egoista e vorrei che restassero tutti al corso base, con me. Non solo perché ho bisogno della loro presenza, ma anche perché trascorro almeno cinque minuti a cercare di capire come pronunciare correttamente il loro nome. Il nome è la prima storia che hai imparato, la tua, la sola che si manterrà costante, la sola che riconoscerai e che verrà riconosciuta quando tutto il resto di te sarà cambiato o distrutto o dimenticato. È il tuo cuore esposto e solo pochi possono pronunciarlo senza violare quella speciale intimità.

Quando ho chiesto ad Abdelouahed se potevo chiamarlo Abdel lui ha fatto una smorfia indispettita e ha cercato di spiegarmi che non potevo, perché il suo nome, per intero, significava “figlio di un solo Dio” e non ammetteva alcun diminutivo. Così tornando a casa mi sono ripetuta quel nome decine di volte, mentalmente e ad alta voce, lungo tutta via Etnea, cercando il punto giusto in cui porre quell’acca aspirata così goffa nella mia bocca e così disinvolta nella sua.
Quando avevo finalmente imparato a pronunciarlo non è venuto a lezione. Io non vedevo l’ora di dirgli “Abdelouahed, tocca a te, che verbo mettiamo nello spazio bianco?”, ma lui non c’era. Nessuno, non mettiamo nessun verbo nello spazio bianco.

Anche per questo sto bene in quelle quattro ore. Imparo la sconfitta, la perdita. Imparo che non tutti restano. Qualcuno non ha motivo di restare, per qualcun altro non sei un motivo sufficiente per restare. Lo imparo a gola stretta, lo imparo per quelli che sono rimasti. Scrivo il presente indicativo del verbo fare con un pennarello azzurro sul cartellone e quando mi giro vedo i loro sguardi concentrati, le sopracciglia corrugate e le labbra arricciate. E così pieni di domande spostano i loro occhi nei miei. Io quel senso d’attesa fiduciosa, del puro affidarsi a un altro non l’ho provato mai. Io sto dall’altra parte, col pennarello in mano, a chiedermi se riuscirò a non deluderli. Quello che ci accomuna è l’assenza di barriere. Per questo sono grata, per il fatto di non dover espugnare nessuna fortezza. Perché in quella stanza tutto è dato e tutto è accolto.

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