Quel che si brama di vedere

Vi ho aperto la strada. Andate, vi ho esortato, raggiungete ciò che state cercando. Non uno mi guardò negli occhi. Tutti mi sfilarono accanto, sfiorandomi distrattamente un braccio, un fianco, il dorso di una mano. Tenni gli occhi chiusi, aspettando che finisse lo stormo. Si alzò un gran vento e si alzarono i miei capelli nel vento. Ognuno vide quel che bramava di vedere. Il volto della madre, la donna perduta, la possibilità di una sorella. Non uno mi guardò negli occhi. Mutavano come sogni, nel loro fondo precipizi si inabissavano, sorgevano vertigini oscure, ciglia grottesche spalancavano lo sguardo. Le mie braccia raggiunsero perfino gli angoli invisibili del bosco, mentre calava la notte. Lupi ululavano come foreste e la concupiscenza dei cani raggiunse i ragni nel loro sordo tramestio. È questa, chiese, la tela che hai tessuto? E un campo di stelle la irrorava, facendola vera. Sulla punta della spada un luccichio furente cercava la solita carne, il punto. Non ricevette risposta. Si allungarono le ombre voluttuosamente, salirono fino al petto per vedere, e videro. Dai vetri del castello una figura umana fissava la scena scoprendo i denti. Cavalli sfiancati dormivano da qualche parte.
Venne il fango, come una profezia priva di pioggia, ed ebbe cura, sommerse le caviglie. Le donne alle mie spalle persero la pelle gemendo, emersero le scapole e le tibie, e lo spasmo silenzioso che segue la colpa scoprì loro le gengive. Neppure una stilla di sangue. Risparmiati da una pietà crudele si agitarono in ultimo i capelli, come zampe di stecchi, quindi il tonfo. Chiusi ancora gli occhi. Fu il tentativo della foglia – ciò che restava di umano – che mi commosse. Ma da incidere non v’erano più guance. Finalmente nel ventre si aprì un varco, liberando nervi e insetti. Sciamarono in una forma d’abbandono estremo, svuotando, riempiendo l’aria intorno nel fragore frastagliato dei rami. Lembo e lembo non si saldarono più. L’abito rimase consunto come un lenzuolo nuziale.
Ormeggiò una barca più lontano, il mare ribolliva. È questa, chiese, la terra che hai navigato? Un cimitero di stelle la inondava, fluttuando sul legno che già marciva ai bordi. Scesero uomini in tempesta, nessun volto fu riconosciuto, orfani mille volte e sempre della stessa madre. Attesi, se non altro, l’attraversamento di quel fiume. Il trapasso fu leggero, nemmeno un muscolo ormai mi apparteneva. Volsi lo sguardo oltre quel languido furore. Oltre la barca e i corpi, oltre la densità notturna di quei fantasmi sussultò per l’ultima volta uno stuolo di pesci e serpi d’acqua. Di quel rovesciamento animale non si percepiva altro che l’abisso. Incarnai la declinazione discordante dell’errore. Vennero meno le architravi del cielo e dalla schiuma affiorarono mezzelune d’unghia e alghe. Feci per guardarmi le mani ma il gesto si contrasse, sospeso tra i fili. Mi pronunciai quando sembrò che non fosse rimasto altro da aspettare. È questa, risposi, la terra che ho navigato, è questa la tela che ho tessuto, questa l’infamia che ho consumato e il sogno, l’allucinazione, la negazione del vangelo che ho annunciato. Non vi fu silenzio che si mosse. Ma nell’assunzione del maligno e nella confessione la natura dell’incubo si ricompose nuovamente.

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