Dovete morire

Ha detto questo, sorseggiando il suo Martini con ghiaccio, a mezzogiorno, in un bar davanti la cattedrale, dopo essersi assicurato col cameriere che fosse davvero un Martini e non un bicchiere chiaro di limonata come gli era sembrato a un primo sguardo.

Il cielo non era altro che il riflesso duro dell’arenaria, l’architettura dorata della pietra sembrava sabbia sfuggita a ogni corrente, e c’era vento.

Io avevo davanti un gelato che poi non ho finito e dentro le contrazioni del diaframma che negavano il respiro a ogni gesto. Io avevo creduto all’importanza delle tue parole e mi ripetevo quando leggerai sarai da sola. Io pensavo a quell’uomo indistinto nella sala che avrebbe deciso di andarsene, alla lotta che mi avevi chiesto di ingaggiare per fare in modo che restasse, ma questo ho pensato: che trattenerlo non mi interessava.

Io avevo voglia di dire “io” e insieme avevo voglia di tacere.

Se la sala avesse avuto ossa portanti invece che pareti tumescenti e imposte larghe che a ogni luce serravano il passaggio, se avesse avuto la leggerezza delle cose vuote ed essenziali invece dei lampadari a gocce che affondavano i loro artigli nell’umidità densa del soffitto, se invece degli specchi e della carta da parati floscia avesse avuto vetri trasparenti e nessuna vergogna a mostrarsi, se non avesse voluto sembrare sfrenatamente bella e senza misura, di una sola bellezza naturale mi si sarebbero appannati gli occhi.

I piedi li tenevo fianco contro fianco sigillati, le gambe chiuse, la schiena dritta nella camicia blu di H&M. Questo stonava: la voglia che avevo, di alzarmi e gridare, levarmi le scarpe, aprire le finestre, mettermi a gambe incrociate sulla sedia, e ridere, dare le spalle a qualcuno solo per un gratuito principio di disobbedienza.

Mi ha rilassato il pianoforte. Quando ho chiuso gli occhi. E ho visto il vento. Nella stanza. Quando ho visto il vento che nella stanza non c’era. E si sentiva tutto l’altro silenzio.

Mi ha rilassato il microfono. Quando ho preso il microfono. Ero la seconda. Tenevo i fogli con la mano sinistra. Questo santo microfono nella mano destra. Ho detto il mio nome. Ho cominciato a leggere ed ero tutta dentro al mio corpo e tutta fuori. E fuori c’era la neve che non c’era, c’era Roma, c’era Vittorio, c’era il Lungotevere, c’erano dei fantasmi, c’era il battito di un polso che avevo smesso di sentire, c’era silenzio nella sala, c’era nessuno che si alzava, c’erano le parole che si scompaginavano. E i fogli tremavano.

Avevo capito, nel brusio generale che seguì, cosa intendesse dire esattamente mentre sorseggiando il Martini dentro una quasi tormenta di scirocco, ci guardò dicendo: Quando leggete dovete morire.

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