La felicità è reale

Introduzione

Ero a Torino, risalivo via Po. Su un muro ho letto “La felicità è reale”. Mi è venuta in mente la mia maestra di italiano, il giorno in cui ha spiegato la differenza tra i nomi astratti e i nomi concreti. Tra i sinonimi di “concreto” c’è “reale”. Ho pensato alle cose reali e a quelle non reali, al passo del Credo che parla di tutte le cose visibili e invisibili. Ho pensato al corpo, che si può guardare e si può toccare, e alle cose che sente, visibili e invisibili. Continuavo a camminare lungo via Po, insieme a Marianna che si fermava davanti alle vetrine delle librerie antiquarie.

La felicità è reale

La felicità è reale, dice la scritta sul muro. Ma “felicità” non è un nome concreto, non denota alcun corpo che si possa guardare o toccare. Nel mondo empirico la felicità semplicemente non esiste, non è un elemento di un esperimento replicabile, dunque, scientificamente, non esiste. Esiste il rilascio delle endorfine, per il quale serve una ghiandola endocrina che agisce dentro un corpo che corre a lungo, che va in bicicletta, che fa l’amore. Una questione fisiologica, chimica, analizzabile: esiste. Al bar dell’università, in via Po, un’acqua tonica costa quattro euro, Marianna la beve lentamente.

La questione del corpo

La guida del museo aveva detto che per gli antichi egizi era fondamentale che il corpo si conservasse integro il più a lungo possibile. Col corpo il defunto avrebbe attraversato la morte. Quel corpo sarebbe cambiato, si sarebbe lentamente consunto, senza l’osso facciale o col cranio spaccato, senza le mani o i piedi, sarebbe stato tutt’uno con le bende, ma sarebbe rimasto. Con quello sarebbe stato possibile abbracciare l’eternità.

Consideriamo l’enunciato

Consideriamo l’enunciato: “La felicità esiste”. L’enunciato esiste sotto forma di scritta murale. Ne consegue che ogni parte del discorso esiste: articolo, sostantivo, verbo; soggetto, predicato; sintagma nominale, sintagma verbale. La parola esiste, scritta, incancellabile. Questa è la felicità, sostantivo femminile singolare. In quanto tale esiste, dunque è reale.

Conclusione

Ho mangiato una coppa di gelato da cinque euro, Marianna ha finito la sua tonica. Ho pensato a Wittgenstein, a Kant, a Russell, a Cartesio e a Locke. Ho pensato allo strutturalismo, alle teorie generativiste e alla fisica quantistica. A Chomsky e all’innatismo. Certo, cose intellettualmente rilevanti. Ma infine, dopotutto, mi sono chiesta se davvero esisti.

7 pensieri su “La felicità è reale

  1. Chi l’ha scritto magari poi non era più felice. La felicità penso sia reale perché ti fa sentire qualcosa di vivo dentro. Ma quel vivo che più vivo non si può è effimero. La felicità è effimera e viviamo in cerca di effimero.

  2. @ilmiokiver: anch’io credo che la felicità esista, il mio dubbio è se sia reale. (I Queen non mi piacciono. Lo so, sembra una specie di bestemmia. Ma grazie del pensiero.)
    @Demian: ho pensato anch’io che chi l’ha scritto non fosse già più felice. Scrivere quella frase sarebbe stato allora un tentativo di fermare l’effimero. Forse era questo che mi aveva colpito, il tentativo di fermare qualcosa che già non esiste più e che tuttavia continua a esistere perché trasformata in parola. (Grazie.)
    @D&R: Avevo dimenticato che fossi di Torino. Se l’avessi ricordato in tempo avremmo forse potuto bere un caffè insieme, da Mulassano. :)

  3. Esistono la felicità e la ricerca della felicità. Esiste, poi, l’esercizio della felicità per il quale è necessario disporre l’animo ad un andamento come su un tappeto elastico.

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