Libera di nascita

Noli offendere Patriam Agathae
quia ultrix iniuriarum est

*

Rosso il tuo velo ha fermato
il velo più rosso del vulcano
la furia arrestata dal tuo solo sguardo, santo
l’occhio è rimasto, attraversando il nucleo
grigio bulbo dei quartieri
dove hanno un prezzo i buchi l’amore le rapine
gli spari sacri le scommesse i negri
i fermi la cocaina elettorale le retate
e le vene divelte dei polsi
e la corsa stupefacente dei cavalli.

Il seno vergine di sangue, il nero
della tua vertiginosa morte, la tua bianca
mano rivolta al cielo e nessuna nuvola
a consolare lo sguardo. Solo la coda
della penisola che ti venera, che ti
deturpa e venera, che ti contende
come una madre o un premio.

Agata la tua schiuma
questo e quel mare unisce
come cartilagine invisibile
che sostiene il volo degli uccelli.

Agata la coda di quel serpente
che si dimena viziosa sotto i piedi
con la sua barba chiara falsamente
evangelizzata e le sue fortezze
insensate innalzate in Puglia
(dove quasi la primavera arriva
illuminando il centro da ogni feritoia)
non godute in Sicilia dove il freddo
è senza tempo e senza luce dove
solo la lavica lascia il segno eterno
della sua fotta densa,
Agata quel serpente
scacciami dal petto.

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