Wer bist du?

Ci avevano assegnato tedesco perché solo quel maestro c’era libero nel circolo.
“Ma inglese?”, aveva detto qualche mamma, “Francese? Spagnolo almeno! Una lingua meno ostica non si potrebbe avere?”
Il libro aveva una copertina rossa, due bambini si tenevano per mano, erano due fratelli o forse due compagni di scuola, non mi ricordo. Si chiamavano Peter e Petra, e quello era anche il titolo del libro: Peter und Petra. Und significava e. E questa è stata la prima parola che ho imparato in tedesco. La seconda è stata Peter, che si legge com’è scritto.
Nel libro c’erano molte immagini e nessuna parola in italiano.
“Ma almeno la traduzione delle didascalie”, aveva detto qualche mamma, “un testo più chiaro, una tabella con la pronuncia, degli esercizi facilitati… non si potrebbero avere?”
Anche mia madre mi avrebbe fatto volentieri saltare l’ora di tedesco. Troppo difficile per dei bambini di quarta, e poi chi mi ci avrebbe mai portato in Germania? Cosa me ne sarei mai fatta del tedesco?

Il maestro era arrivato alla fine di ottobre. Il tempo di ascoltare e ignorare tutte le lamentele materne e avevamo già fatto i numeri da 0 a 20, sapevamo che c’erano maschile e femminile e neutro e che un sacco di parole andavano scritte con la maiuscola. Tipo Frau, che significa donna. Sapevamo presentarci e chiedere il nome del nostro interlocutore: “Hallo! Ich bin Maria, wer bist du?”

In quelle settimane chiedevo ai miei nonni se nella nostra famiglia qualcuno fosse emigrato in Germania. Soprattutto, se avesse intenzione di tornare. Ma nella nostra famiglia (e nei comparatici più vicini) al massimo erano andati a Piacenza o a Torino. “D’estate, per la festa”, ha detto un giorno mia nonna, “qualche parente di comare Nina… la mamma di Lucia, quella schetta… la sorella di Pinuccio… eh, loro hanno parenti in Germania e qualcuno per la festa torna”.
E io aspettavo quella festa perché volevo sapere se il mio tedesco era uguale al tedesco vero, se quello che diceva il libro corrispondeva a quello che c’era fuori.

Nel frattempo si era fatto dicembre. Il maestro aveva organizzato il Bingo. Il Bingo chiaramente era in tedesco. Aveva fatto delle cartelle su cui erano disegnati vari oggetti, solo disegnati. Lui estraeva da una busta di plastica dei bigliettini col nome degli oggetti. Noi dovevamo collegare il nome all’immagine e metterci sopra un fagiolo o una lenticchia. Io l’unica immagine che mi ricordo era una lavatrice (Waschmaschine), me la ricordo perché mi mancava solo quella per fare Bingo prima di Mariangela.

Nel frattempo era ancora dicembre e io avevo perso a Bingo tutte le volte. Le mamme si erano rassegnate e avevano smesso di lamentarsi, noi sapevamo i numeri da 0 a 100, le corrette pronunce dei dittonghi e le più importanti congiunzioni (aber, warum, bis, dennoch), sapevamo coniugare i verbi principali e il tedesco diventava la mia terza lingua dopo il dialetto e l’italiano. Abbiamo cominciato a fare i canti di Natale, poche settimane dopo ci sarebbe stata la recita. L’avrei capito dopo molti anni, ma quella è stata la prima volta in cui il tedesco mi è servito a qualcosa.

Siamo scesi in palestra e ci siamo seduti tutti in cerchio. Il maestro ha messo una cassetta nel mangianastri e ha schiacciato Play. Poi ha preso i fogli coi testi delle canzoni e li ha distribuiti raccomandadoci di impararle bene, dovevamo fare una bella figura. Io guardavo le parole e sentivo il calore delle gutturali, le sonore affilate tra i denti, la rigida eleganza di ogni suono. Tuttora, quando sento la musica di Astro del ciel, nella mia testa scorrono le parole di Stille nacht. Mi commuovo sempre, cercando questo ricordo luminoso che mi serve come un fantasma a cui fare visita nei giorni vuoti.

La seconda volta in cui il tedesco mi è servito a qualcosa è stato l’anno scorso a Vienna. Al momento di pagare, il ragazzo indiano che mi ha venduto il Calippo allo Schönbrunn mi ha detto “Eins Euro und Fünfundsiebzig cent” e io senza pensarci ho preso un euro e settantacinque, gli ho sorriso e gli ho detto “Danke, auf widersehen”.

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