Vedersi

Ho su il borsone, citofono, sono in anticipo.
Magari non mi sentirai, non lo senti mai il citofono mentre lavori.
Guardo il pomello, le inferriate. Mi tornano in mente le volte in cui sono venuta qui nell’ultimo anno. Fotogrammi dell’estate, quaranta gradi alle tre del pomeriggio, uscivo di casa masticando una gomma. Ancora prima l’inverno, tenevo il giaccone a coprirmi metà mani, mi sentivo ridicola, tutto mi sembrava inutile.
Della primavera non ricordo niente.
Quando sento la tua voce che mi chiede chi è mi sembra di tornare a casa. Di tornare in una specie di casa che ho costruito, che hai costruito tu per me o che forse abbiamo costruito insieme.
Mentre salgo per le scale ti chiedo scusa per aver fatto presto. Suona strano. Mi dici che non è un problema, che però devo aspettare, mi dici che la stanza è calda, ho fatto bene a salire, c’è freddo, se devo andare in bagno posso fare tranquillamente, se ho sete lì c’è l’acqua.
Poso il borsone per terra, il computer e la borsa sulla sedia. Ho sete e prendo l’acqua. Sento qualcuno parlare ad alta voce e mi chiedo se gli altri tuoi pazienti siano sempre così chiassosi, questi addirittura cantano, che matti ti sono capitati?
Poi mi accorgo che nella stanza c’è la radio accesa.
Mi viene da ridere, bevo, mi siedo, comincio a pensare.
No, comincio a guardare.

I quadri che tieni su questa parete sono brutti: un tramonto storto, delle montagne blu su un cielo rosso, degli sbuffi astratti color vinaccia. Da dove sono io ne vedo bene solo uno, e solo quello mi viene voglia di guardare. Su uno sfondo chiaro c’è un cerchio scuro, arancione, quasi marrone. Il cerchio è pieno e dentro si muove. Si muove concentrico nelle pennellate, il mio sguardo attraversa tutti gli anelli e raggiunge il nucleo che lo assorbe e annienta.
In quel centro mi trovo, dove non c’è nulla, e ogni cosa gli ruota attorno come se meritasse di esistere.
Fuori dalla finestra si vede un piccolo terrazzo, l’insegna della via, un signore brizzolato con una giacca di pelle. Scosto la tenda, gli basterebbe sollevare gli occhi per vedermi. Lo guardo come se bastasse questo. Lo guardo.
La radio continua a passare musica di merda, mi allontano dalla finestra, alzo un poco il volume, finisco l’acqua rimasta nel bicchiere, voglio sentirla bene questa musica oscena, voglio guardarla bene, voglio vedere che succede, voglio sapere quante innocue violenze posso sopportare ogni giorno. Mi verso un altro bicchiere d’acqua, bevo lentamente, torno lucida.
Alla radio una canzone mi fa ballare.

Entri, mi sorridi, mi dici vieni. Nella tua stanza fa un caldo da perdere i sensi, ci chiediamo come stiamo, ci diciamo che non ci vediamo da un mese.
Ti parlo con voce calma, piena, me ne accorgo, mi sento sicura. Tutte le volte che dubiti, tutte le volte che vorresti intervenire, tutte le volte che fai per interrompermi, ti ritiri, lasci che questo fiume scorra.
Ti dico che sono stata fortunata, che ho consumato caffè con gli sconosciuti, mi sono venuti a cercare, sono andata a cercarli. Mi riconosci i meriti perché probabilmente ti hanno insegnato che è importante. La gratificazione, infondere fiducia. Non mi ribello, mi prendo quello che vorrai concedermi.
Ti dico che sono sempre quella dei grandi digiuni e delle grandi abbuffate, non parliamo di cibo, parliamo di fame, non esiste cibo per questa fame, ti dico non lo sento, non sento quando basta, non conosco sazietà, non c’è equilibrio in questa storia. Mi dici che forse è questo il mio equilibrio. Mi viene voglia di restare, di dirmi di sì, smettere di cercare, darmi pace.
Ti dico che negli ultimi giorni l’ho visto ridere solo quando me ne sono andata. Ti dico la situazione è drammatica e mentre te lo dico rido, rido perché mi accorgo che sono lucida, ho le braccia che sembra vogliano piombare a terra con un tonfo e basta. Ti dico che sono stanca di interpretare, combattere, faticare come un principiante.
Ti dico che voglio tutta la vita che mi sono persa, che è come se le mie funzioni vitali fossero state ripristinate, che voglio accogliere, non negare, ogni cosa. Dopo mezz’ora che ti parlo avvicino alla tua la mia poltrona, mi siedo sul bordo, mi levo il coprispalle, ho caldo, rimbocco le maniche della maglia, allargo le gambe come un maschio, spingo avanti la schiena, appoggio le braccia sulle ginocchia, ti guardo e ti chiedo: ma tu come mi vedi?

Piena di entusiasmo, mi dici, giochi con la collana, fai qualche smorfia, due volte sbadigli. Sono gesti che ho imparato. Ho imparato il tono della tua voce, il modo in cui accavalli le gambe, il tuo mal di schiena frequente, il tuo naso che si arriccia quando ridi, ho imparato a farti ridere, so quando guardi rapida la sveglia che è sempre stata avanti di cinque minuti, noto quando te ne dimentichi, il modo che hai di chiudere la porta, diagonale, distratta.
Tutta questa parte, questa fisicità, ti dico, a volte, con alcune persone, mi manca. Ho dei pezzi ma non riesco a vederli nell’insieme. Mi capita la stessa cosa quando guardo fuori dalla finestra del bagno a Catania. Vedo i tetti, vedo le ringhiere dei balconi, vedo le tegole, vedo una cisterna, ma non riesco a capire la loro disposizione nello spazio, come si compongono nell’insieme.
Ti dico che ho fisicamente bisogno di capire. Che ho fisicamente bisogno di un odore, di una mano che si strofina il mento, di una palpebra che si socchiude, di una ruga che si forma sulla fronte o agli angoli di una bocca. Ti dico che ho bisogno di tutto, che voglio tutto. Non guardi l’orologio nemmeno una volta. Non ti opponi nemmeno una volta alle cose che sento, di cui ti parlo.

Dici qualcosa a proposito di due vecchi che si sono innamorati, qualcosa a proposito dell’idealizzazione, dell’essere testimoni inconsapevoli, la dici mentre guardo la scatola di Kleenex vicino alla sveglia e penso alle prime volte che sono venuta da te. Quando ero lucida ma in lacrime. Quando capivo cosa avessi ma non capivo come uscirne. Quando piangevo. Penso a quanto piangevo. Penso a quanto ho corso, in questi mesi, a quanto ho voluto fortemente correre, per raggiungermi. Dici qualcosa sulla scrittura, mi perdo da qualche parte, non so bene dove sono, ma capisco che ci smembriamo sempre, ci facciamo a pezzi, ci sbraniamo a vicenda, ci prendiamo a morsi da soli, come storditi. Ci guardiamo nello scempio, gli uni con gli altri, senza saperne niente di come eravamo.
Capisco che nessuno mi vedrà mai per intero.
E nessuno mi amerà mai per intero.
Di tutte le solitudini possibili posso solo scegliere quella che fa meno male.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...