Il corso dei fiumi

Sometimes I wonder if the World’s so small
That we can never get away from the sprawl
Arcade Fire – Sprawl II

Lunedì

Quando sei tornato ti ho fatto fare il giro della casa nuova. Ti ho detto benvenuto, questo è l’ingresso, questo è il soggiorno, questo è il piccolo balcone, quello è il teatro romano, questa è la grandissima cucina in cui non ci vanno due persone, questo è il bagno scusa il disordine, la lavanderia scusa il disordine, questa è la camera da letto il letto ancora non l’ho rifatto. Poi ci siamo seduti coi caffè davanti e le sigarette. E mentre mi parlavi delle tue interviste pensavo alle volte in cui ci siamo sentiti negli ultimi mesi, poche, pochissime. Al telefono mai, lo odiamo tutti e due, delle nostre voci non sentiamo il bisogno. Qualche volta coi messaggi, ma poi mi seccava rispondere o ti seccava rispondere e la conversazione finiva lì, con un punto interrogativo o un asterisco. Hai intervistato questo e quest’altro giornalista, ti hanno raccontato questi e questi altri incontri, i centocinquanta omicidi in un anno a Catania, i processi, gli assolti senza ragione, il lavoro che va fatto come un obbligo morale nei confronti di sé stessi e di quello che succede fuori. Ho pensato a quanto sia difficile restare puliti, mi sono chiesta se ci riusciremo. Abbiamo parlato di politica, della rassegna su Chaplin che sarebbe cominciata il giorno dopo (ci andiamo? sì, ci andiamo), del concerto degli Arcade Fire a Roma. Ti ho detto che da due giorni ascolto Sprawl II di continuo, quando mi sveglio, quando scrivo, quando salgo per via Vittorio, durante le pause nel cortile dei benedettini (e dopo un po’ non sono più l’unica ad agitare le spalle, a immaginarmi in uno di quei video degli anni ’80 col cielo finto e i pianeti stroboscopici). Domani mi compro il biglietto, ti ho detto. E tu mi hai risposto, se non sono già finiti. Sempre piaciuto il tuo ottimismo, ho detto, e tu hai riso, aspettami, hai aggiunto, io posso prenderlo solo il mese prossimo. Ti ho detto non ti aspetto ma se poi non ci posso andare te lo rivendo con una cresta di soli cinque euro.

Martedì

Stanca sono un po’ stanca. Torno a casa alle sette e mezza e prima di uscire di nuovo rivedo il progetto in QGis, ne faccio un altro, lo chiamo Pippo, aggiungo i raster, assegno le trasparenze al bianco codificato 1, mantengo il nero (il nero è 0), i bordi scompaiono, la mappa è omogenea, aggiungo i dati vettoriali sui comuni della Toscana, aggiungo i dati vettoriali sui fiumi, mantengo lo stesso sistema di riferimento, in qualunque parte del mondo ogni punto ha sempre le stesse coordinate, può essere difficile geolocalizzarle, ma una volta individuate non puoi più sbagliarti. Ho fame, voglio sapere dove sei, dove sono i fiumi di tutto il mondo, qual è il punto da cui comincia la linea, quante sono le linee che definiscono il poligono, voglio una geografia piatta su schermo intero con due comandi perché le distanze sembrino enormi o minuscole: enormi puoi vedere solo otto pixel e non sappiamo dove siamo, minuscole smetti di distinguere i confini e diventa tutto una sequenza di uno, di zeri, di trasparenze con valore cento e da qualche parte a un certo punto dovremo per forza trovarci.
Per un attimo penso di non uscire, di restare a casa, di chiederti di andare direttamente all’Ostello, prendere una birra e tornare a casa. Mi chiami e mi dici sto parcheggiando. Trovi posto sotto casa, c’è freddo, si è alzato il vento. Arriviamo in libreria e ci facciamo la tessera, ci sediamo dietro, sulle sedie che sono rimaste. La libreria è piccola, non è una vera libreria, i libri non li vendono ma li puoi prendere in prestito e restituirli dopo un mese, o quando ti ricordi, o se ti ricordi. È un posto dove c’è un lavandino, dove si mangiano le cose che hai portato da casa, dove un bicchiere di vino costa un euro, dove se vuoi ti fanno le spremute, dove c’è un tavolo di plastica di quelli che trovi dimenticati fuori nei balconi delle case al mare, dove ci sono dei grandi occhiali di cartapesta appesi a un soppalco, dove vendono le borse e i vestiti usati, dove fanno le jam session e le fotografie che poi mettono su Facebook, dove ci entrano forse trenta quaranta persone e un cane nero con la pelle lucida, dove il martedì, da questo in poi, si vedono i film di Chaplin. Questo martedì c’è Tempi moderni, 1936. Abbiamo davanti un sacco di teste, penso alla ragione che ci spinge a uscire un freddo martedì sera per andare in un posto a vedere un film che potevamo scaricare a casa e guardare sotto le coperte, penso che forse abbiamo bisogno di questo, di stare in una stanza insieme a degli sconosciuti per condividere qualcosa come un cane o un film o una spremuta, guardare le sciarpe delle ragazze e i giubbotti dei ragazzi, pensare che non fa niente se dello schermo dal fondo vedi la metà e non riesci a leggere le didascalie.
Abbiamo preso una birra coi tuoi amici che parlavano di fantacalcio e commedie italiane degli anni ’90. Abbiamo riflettuto sul corso dell’Amenano, che invece di scendere verso il mare sale verso Castello Ursino, e non si sa alla fine come faccia a raggiungere il mare. Ci siamo fermati in piazza Duomo, coi turisti che sempre, a ogni ora, fanno le stesse foto. Ci stiamo vedendo troppo spesso, mi hai detto. È bellissimo, ti ho risposto. Aspettami per il biglietto degli Arcade Fire, dobbiamo rischiare insieme, hai detto. Ti ho sorriso e ci siamo salutati baciandoci le guance.

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