Sbocciare

Aprile e maggio e giugno, e tutta la penuria
del cuore per rinverdirlo, per ferire e svegliare;
a che pro germogliare, terra grigia di novembre
non si turbi il tuo sonno soltanto per sbocciare.

Novembre, William Faulkner

*

Ci diamo appuntamento in libreria. Mi piace, non l’abbiamo fatto mai.

Fuori c’è l’odore croccante delle feste.
Davanti al palazzo del comune un gruppo di ragazzi si guarda, chiacchierando come in attesa. In piazza turisti con le facce da turisti fanno le foto all’elefante, madri con i passeggini pieni di buste raccontano alle figlie la storia di Agata, vigili indugiano sui marciapiedi. Al centro di via Vittorio resta una vena larga per consentire il passaggio solo agli autobus e ai pedoni. Io sto per arrivare, sento le campane del duomo rintoccare prima lontane, poi sempre più vicine, ho un cappotto nero, la borsa rossa, tengo le mani fuori dalle tasche. Il rintocco mi raggiunge intenso, colpisce lo sterno, rimbomba nelle costole, arriva alle ginocchia e mi fa tremare le gambe. Affretto il passo perché questa festa seducente che mi invita a restare riconsiderando i miei piani la voglio ignorare. Svolto su piazza università, dove un ragazzo con la fisarmonica suona il tango. Lungo via Etnea ci sono dei festoni che sembrano una lunghissima tenda da circo. Attraverso la piazza, mi concentro sul tango, chiudo gli occhi, cerco di non pensare alle campane che mi inseguono, che non smettono di fare rumore, come un allarme inceppato, dovrei sentirmi felice e invece ho paura, come se i festoni, gli stendardi, i palloncini, le madri, i negozi, le bancarelle, il lastricato di lavica, il cielo, il ragazzo con la fisarmonica, tutti fossero sul punto di esplodere.

Seguo la strada in salita, nella mia testa Adoro guardarti si è presa tutto lo spazio, sento la musica anche senza le cuffie, cammino svelta. Guardo la gente e penso sia difficile distinguere le brave e le cattive persone perché sono sempre le stesse persone. Guardo i ragazzi che si guardano e quelli che si tengono per mano. Guardo due ragazzi con le buste piene di pomodori e di cipolle, saranno almeno quaranta cipolle, come si fa a mangiarle tutte?
La bancarella dei libri davanti Villa Bellini è vuota, non c’è nessuno, le cassette di legno ribaltate, si aspetta la pioggia da un momento all’altro e io intanto raggiungo Feltrinelli e aspetto te.

Aspetto un quarto d’ora e non arrivi. Ci sono i ragazzi con le valigie che tornano a casa per il fine settimana, ho aspettato anch’io l’autobus, a questa stessa fermata, ogni venerdì, per un anno.
Abbiamo appuntamento alle dodici e mezza, sono le dodici e trentacinque, ne fumo una e poi ti chiamo. Faccio sempre questo stupido gioco, quando vorrei e non vorrei fare qualcosa, mi dico “prima questo, poi quest’altro”. Prima leggo questo capitolo, poi guardo il cellulare; prima finisco la Guerra dei Cent’anni, poi lavo i piatti; prima scrivo questo pezzo, poi mi lavo. Credo sia un modo per impartirmi una disciplina, non lo so, forse è solo un modo più raffinato di procrastinare. Comunque finisco la sigaretta e tu ancora non arrivi.

Mi chiami, mi chiedi scusa e mi dici che tarderai ancora, mi dici anche di aspettarti dentro, mi chiedi di nuovo scusa, mi dici che torni a casa e poi corri da me. Mi dici proprio così, che correrai da me. Ti dico di fare con calma e di stare tranquilla, che ti avrei aspettato al bar. Entro e penso che proprio oggi non ho con me nessun libro, Bolaño l’ho lasciato a casa, a casa Canetti, a casa tutti gli altri, ma sono in una libreria, certo non saranno i libri a mancarmi. Per un attimo mi viene il sospetto di averlo fatto di proposito, lasciarli tutti a casa per comprarne di nuovi. Non importa, ormai sono dentro e voglio leggere qualcosa che non lascerò in sospeso. Mi avvio verso lo scaffale della poesia, dove più o meno ho diviso i libri tra quelli che ho già letto, quelli che voglio leggere e quelli che non leggerò mai per pregiudizio. Immagino capiti più o meno a tutti e più o meno con tutti i libri. Prendo Poesie del Mississippi di Faulkner, poggio la borsa sul divanetto arancione, mi tolgo la sciarpa, sbottono il cappotto, mi siedo, comincio a leggere e spero che arriverai prima che avrò finito.

(Un ragazzo mi chiede, “Posso?”
“Certo” rispondo
e mi si siede accanto.)

Arrivi tardissimo, quando arrivi ho già cambiato posto, sono già salita al bar, ho già finito le poesie, la prefazione e la nota del traduttore, ho già quasi finito la batteria del telefono, ti scrivo e provo a chiamarti e quando non rispondi compari. Ti dico che ero in pensiero, mi chiedi se potrò mai perdonarti, che però non mi hai chiamato perché eri tranquilla, mi sapevi nel mio mondo. Così dici, ti sapevo nel tuo mondo. Mi racconti il motivo del ritardo, l’amministratore giunto all’ultimo momento, ti dico che non importa, sono le due, dai, mangiamo qualcosa.

Parliamo tanto. Non ci invadiamo. Non ci annoiamo. Rispettiamo i turni della conversazione. Ci guardiamo negli occhi, a volte ti guardo la bocca per sentire meglio quello che dici, per non lasciarmi distrarre. Ridiamo. Stiamo in silenzio e anche nel silenzio c’è qualcosa che non so spiegarmi. Restiamo a parlare finché non viene il ragazzo del bar e ci dice che stanno per chiudere la cassa. Prendiamo il caffè, paghiamo, scendiamo a pagare anche il mio libro di poesia. Chiedo prima al commesso se hanno un libro di Cameron che non ho visto a scaffale, è il commesso più antipatico della storia, è già la seconda volta che lo vorrei vedere licenziato. Mentre penso questo mi dici “ma è uno dei libri della lista” che ho fatto per te due giorni prima, sì, è un libro della lista, è per te che lo sto comprando. E tu mi dici “mari ma non spendere soldi” e mentre lo dici hai gli occhi rossi e ti vorrei comprare tutta la libreria.

Per questo sei importante. Per questo e perché qualche giorno prima, durante la pausa, tra un’ora di lezione e l’altra, parlando di questa storia e della fine di questa storia, mi hai guardato e mi hai detto “io e te non ci perderemo perché l’ho deciso”.

6 pensieri su “Sbocciare

  1. Adoro leggerti, ti seguo da molto ormai, c’è qualcosa di così malinconico tra le tue frasi che appartiene anche a me. Ho provato un brivido nella descrizione della tua città, scoprendo che è anche la mia.

    • la tua città mi ospita, vincenzo. mi ha ospitato qualche anno fa, continua a ospitarmi adesso. sono partita e sono tornata, come capita a volte. mi ha fatto piacere leggere il tuo commento ed è stato strano: i luoghi mi sono sembrati grandi e piccoli allo stesso tempo.

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