che il tempo è passato

A riguardarle adesso, queste foto, queste foto in cui ero stanca e sorridevo lo stesso perché il tempo da qualche parte in me sorrideva, quel tempo passato assieme all’Auditorium nei sotterranei, nei luoghi esposti alle lenti oscurate, nel sole in bocca, che tenevamo in bocca per gioco e per scaramanzia, il tempo passato insieme nelle librerie, in piazza Colonna, a San Lorenzo, sui tavolini macchiati di prosecco mentre morivano i poeti e misuravamo i piedi nelle scarpe, il tempo sulle panchine di pietra coi ragazzi che chiedevano avete da fumare, che abbiamo viaggiato insieme, col carico di benzina diviso e le canzoni che dalla nostra bocca schizzavano contro i finestrini in corsa. A riguardarle adesso quelle foto coi vestiti verdi e il trucco scuro attorno agli occhi e le guance scavate dalla passione dal freddo, con parole traballanti sui denti spinte fuori per chiedere (chiedere per ottenere non chiedere per sapere) e la ricompensa sempre inferiore del previsto e l’ostinazione sempre cieca di tentare un’altra volta e dopo piangere pulendo il lavello piangere ancora ma fuggire il riparo subdolo del letto a oltranza.

A riguardarle adesso le foto in cui ci sono io e ci sei tu e attorno amici che diventano ricordi che diventano album sul profilo di facebook che diventano roba da infilare in un cassetto e massacrarsi qualche volta di nostalgia qualche volta quando torna la voglia, la voglia torna, puoi starne certo, le volte in cui dirai che avresti potuto fare di più che avresti dovuto essere più gentile essere più coraggiosa essere più preparata più intraprendente quelle volte che hai dovuto considerare la tua timidezza che non eri pronta a essere qualcosa di più perché sei sempre stata qualcosa di meno.

Anche se niente è ancora finito sai già che il nastro di imballaggio chiuderà quattro anni in una scatola le ricevute dell’affitto i biglietti del cinema le scatole di origami le cene di Natale le sorprese dell’ovetto Kinder gli abbracci che certo erano troppo pochi centonovantuno biglietti da visita i normari redazionali un’altra vita i libri rimasti a coprire gli scaffali perché il vuoto ovunque è ovunque un vuoto. Chiudere la porta di casa ripetendo non ho più niente ripetendo è finita davvero giurare di tornare come una promessa d’amore serrata col lucchetto sul Lungotevere, buttare le chiavi ai pesci e poi sperare ma sperare forte e nel frattempo gettare la terra sopra quello che resta di tutti i desideri, convincersi che non fa niente, che non ha avuto importanza, che non è stato niente e niente è la parola che ripeterai più spesso nei prossimi mesi per farti coraggio: niente s’è perso perché non c’era niente, niente ferisce dove non c’era niente, niente può fare male perché tanto è niente.

Le persone trovate perdute ritrovate perdute per sempre l’affetto speso l’amore investito come a fondo perduto l’amore sfondato le corse in metropolitana i compagni di corso i comunicati stampa gli esami a gocce le spalle lussate le distorsioni le stampelle prestate le serate i vestiti nuovi le zeppe i libri appesi le pietre nelle tasche le mostre sui surrealisti le pizze crude le fermate dell’autobus i pinguini piazza mancini la sigaretta in balcone i concerti il caffè americano le lunghe chiacchierate con l’acqua che ti colava fino al gomito le gare con la Wii i gruppi d’ascolto il cibo giapponese il vino su San Lorenzo le gite al mare le foto su Instagram i pic-nic coi libri i libri i libri i libri l’amicizia che arranca che esplode che arranca le parole che non arrivano quando servono e sì che servirebbero sempre ma certe volte è tardi e certe altre volte sono troppo pesanti e le mani troppo sottili le spalle troppo stanche mi viene voglia di urlare di urlare grazie con la finestra aperta ma ho freddo e non mi va di andare, questa volta che vorrei aggiustare, correggere gli errori, ricominciare il gioco, questa volta che mi sento quasi pronta per stare male di nuovo che ho paura ma ho una voglia una voglia di vedere come va a finire, questa volta proprio che vorrei continuare a lottare, che vorrei restare, restare, continuare a restare.

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10 pensieri su “che il tempo è passato

    • È bello sapere che qualcuno bussa alla tua porta anche non hai niente da offrire. Grazie, Federica, ti devo un caffè. :)

  1. Sul fatto che non hai niente da offrire non mi trovi d’accordo.
    Lo hai dipinto, questo post.
    Ed uno rimane così, ad osservarne le sfumature, i segni lasciati dal pennello, i contorni delle figure e l’intensità dei colori.

  2. Psyche, ma io non sapevo che avessi cambiato “casa”! Che bello (ri)leggerti. :)

    D&R, sai quando qualcuno ti viene a trovare e tu non hai né caffè né biscotti da offrire? Ecco, intendevo quello. :) (e comunque grazie.)

  3. Sarà che son passato per caso, per una fortuita coincidenza di emozioni e sensazioni, ma il tuo scritto mi ha fermato. Una piacevole scoperta.
    Un saluto.
    M.

  4. valina, grazie. hai ragione, scrivo poco, però qualche volta penso che sia sufficiente così.
    mario, sono contenta che sia arrivato per caso e ti sia fermato per intenzione.

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