Diciannove notti

Arriverà e non sarò pronta. Lo sentirò di notte dietro le finestre, com’è notte adesso. Arriverà e mi darò la colpa per non essermi preparata. Mi dirò che non c’è stato il tempo, mentirò senza volerlo. Ma arriverà. Sento l’ombra dei fulmini da qui. Stanotte non dormo, mi dico ogni sera, devo prepararmi

*

Da quando sono qui mi preparo ogni notte, è per questo che non dormo.

L’ho capito dopo il motivo per cui non riesco mai ad addormentarmi. All’inizio ho pensato sarà che mi devo riambientare. Ho aspettato una settimana, poi sono andata dall’erborista, aveva i capelli rossi, non riuscivo a smettere di guardarle la bocca che si muoveva impastata e lenta e mi chiedeva da quante notti andava avanti quest’insonnia. Dal primo settembre, le ho risposto, da quando sono tornata qui. Quando ha detto insonnia ho realizzato di avere un problema. Mi ha chiesto se avessi dei pensieri e questi non mi hanno dato tempo di risponderle, sono scattati tutti insieme e hanno cominciato a premere contro le palpebre. Ho spesso mal di testa. Poi ho ricacciato indietro i pensieri come una madre che rimprovera l’indisciplina dei figli e scusandomi ho aggiunto, sì, ma ce li abbiamo tutti.

Le gocce di tiglio e la tisana maleodorante hanno funzionato una notte soltanto, finché non mi sono convinta che a farmi dormire era stato l’effetto placebo. Da quel momento ho continuato a prendere le gocce di tiglio e a fare infusi colorati che sorseggio con molta calma, ma sicura che non servano a niente.

Dopo dieci giorni ho pensato che fosse colpa della temperatura. Una volta un’amica mi ha detto che spesso non si riesce a dormire perché il nostro corpo ha caldo, ma il nostro cervello non lo capisce. Forse avevo caldo e non lo sapevo. O forse avevo freddo, e non lo sapevo. Forse c’era qualcosa di sbagliato fra il mio corpo e l’invisibile che lo circondava. Forse ero troppo stanca e non lo capivo o forse avevo bisogno di stancarmi, forse dovevo correre, mangiare meglio, fare yoga, respirare col diaframma, allungare i muscoli, stimolare la circolazione, fare le analisi del sangue, forse il mio corpo mi stava dando dei segnali chiarissimi di rivolta e io sapevo solo lamentarmi.

Ho provato a contare. A respirare e a contare.

L’undicesima notte mi sono messa a letto e mi sono controllata tutto il corpo. Punta dei piedi, stai bene? Caviglia, stai bene? E mentre interrogavo minuziosamente ogni parte di me, mi sembrava di essere un gigante, un eroe grandissimo da cui ci si aspetta grandissime imprese, lotte mostruose e coraggio indomito, un eroe grandissimo che non aveva la minima intenzione di ingaggiare battaglie né viaggi oltremare, uno straccio di eroe che chiedeva solamente di poter dormire.

Il mio corpo stava bene, non sentiva caldo e non sentiva freddo, non aveva addosso né troppa stanchezza né troppa energia. Il mio corpo era un corpo normale, ma quello che c’era dentro era rotto.

Anche alcune molle del materasso sono rotte. Quando mi muovo sento qualcosa che cigola, un lamento che si oppone. Quel materasso era in questa casa prima che arrivassi io. Ha sopportato altri corpi prima del mio, e forse adesso il mio è troppo, lo sputa fuori, lo tormenta. È sicuramente da cambiare. È vecchio. È inospitale. È fastidioso e intollerante.

La dodicesima notte ho dato la colpa al materasso.

Avrei dovuto capirlo prima, come tutti, come tutte le volte che qualcuno dice “avrei dovuto capirlo prima”. E quando qualcuno lo dice è perché riconosce che avrebbe potuto capirlo prima. Anch’io avrei potuto. Ma ero troppo impegnata a cercare la verità nei posti sbagliati.

La quattordicesima notte, ostinatamente, rendo responsabile della mia insonnia il quartiere, che tuttavia non è particolarmente frequentato. Il mio quartiere è solo attraversato da incivili occasionali, sempre diversi, che a ore sempre diverse della notte si ubriacano, schiamazzano, si picchiano e qualche volta danno fuoco alle auto. Non abito un piano alto, così dal mio letto posso sentire il cuore del mio quartiere e le guerre che combatte. Lui però non può sentire la mia.

La mia guerra è silenziosa. Cambia colore come un livido. La mia guerra è sottopelle, da fuori non si vede. Da fuori si vede una persona normale che porta in giro un corpo normale. Un corpo che respira, che ingrassa, che si stanca. Un corpo che non si riposa mai perché dall’interno qualcosa gli dice che non può. Che deve aspettare. Deve aspettare lunghi giorni e lunghissime notti e mentre aspetta si deve preparare.

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