Le rane gracidano nel silenzio e io non so perché

Invece è successo una seconda volta.
Ha fatto notte fuori, ha fatto notte dentro.
Dal campo sportivo veniva della musica, io per un po’ ho cercato di non ascoltarla, cercavo di concentrarmi sulle rane.
Le rane non si fanno pagare per suonare. Si mettono col culo a mollo nel fiume e cominciano a fare rumore.

*

La seconda volta che va via la luce, quest’estate, mi faccio la doccia al buio, con la finestra aperta, fredda e luminosa di stelle. L’acqua è calda perché, nonostante lo scaldabagno non funzioni, le tubature esterne l’hanno conservata nel calore del giorno.
Cerco di ricordare quante altre volte ho messo il corpo in questa vasca, ma nel mio ultimo ricordo c’è ancora mia madre che mi aiuta mentre mi asciugo le spalle, sorridendo. Fuori la luce del sole e dei campi pezzati di ginestre. Forse è domenica, forse ho otto anni, forse mio fratello non è ancora nato, forse ho dimenticato tutto il resto.
Allora penso al tempo che si è slabbrato, come l’elastico delle mutande, e non riesce più a contenere né me né i miei ricordi sovrappeso. Prendo le misure della vasca. Sbatto più volte il gomito contro il rubinetto. Tengo le cosce strette, mi muovo poco, cerco di non accumulare lividi. Cerco di capire se è il mio corpo fuori misura per la vita che abitavo o se è quella vita che ancora pulsa e mi respinge.

*

so, era il mille-novecè-ntoquarà-ntasette quannu partiu. e mia madre avia rimastu qua con mio fratello e mio padre che faceva u scarparu, ma poi ha dovuto smettire perché nessunu ci pagava i scarpi. io cuminciai a fari l’operaio allora la Merica era china di fabbriche noi eravamu come su questi poverazzi oggi che lasciano le loro famiglie le loro case pi pigghiari pi mari e fari furtuna in Italia, ma l’Italia non è com’era la Merica sissant’anni fa. la Merica era ‘n’autra cosa. so, cuminciai a travagghiari pianu pianu e quello che guadagnavo, un poco mi facia a spesa pagava a casa, un poco mannava a mia madre. so, ora su autri tempi ora ho tre nipoti due sono gemelli Alessandro e Federico e questa col vestitino bianco è Francesca, come la nonna, sì, non si vidi tantu bona, ne ho un’altra, ecco, qua siamo a casa di mia cognata Mimma, yeh, tutti ad Albany, siamo almeno trenta famiglie tutti di qua, allura, come no, Salvo si spusau cu ‘na paisana vedi tante volte le cose, you know, io sempre mi sento di qua quando tante volte la gente dicono di mia “Filippo Miricanu” davanti a mia ci dico, no, io sempre di qua resto, la Merica si sta bene e ho i miei figli, ma le radici su ‘n’autra cosa. ora per esempio questa cosa chi fici u sinnacu che si vede la madonna sul computer la festa la banda chi sona e u parrinu chi dici a missa questa cosa è importante per noi che siamo là, perché vuol dire che il nostro paese non ci ha dimenticato, che si ricorda di noi che ce ne siamo andati. Ma io tornare no, tornare non si torna. E te lo dico, perché.

Ma mia madre serve il caffè.
Io non ho trovato la risposta. Io non lo so perché. Ma sento da qualche parte che ha ragione lui. Che tornare non si torna.
Cerco Albany su Google Maps.

*

Gli occhi brillanti del cielo. I miei jeans scuri stesi a terra. Io stesa a terra, dentro i miei jeans scuri. La mia storia piena di formiche. Formiche che non sbarcano in America. Formiche che salgono sulle braccia, s’infilano in bocca. L’incubo di un licantropo con la faccia di un attore comico. La luna spaccata e nera. Desideri che non cadono. Alberi che di notte sembrano nuvole gonfie di pioggia, se perdi tutti i punti di riferimento, se ti pieghi sulle ginocchia e guardi gli alberi intorno, quegli alberi di notte sembrano nuvole gonfie di pioggia. Le vertigini. Avere paura. Cani spaventati che abbaiano dai balconi. Il silenzio nonostante tutto. Le rane. Le rane che gracidano nel fiume. Il fiume secco. Ventuno agosto.

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