E non ti sono bastate tutte le mie stelle

Perché mi piaceva, quando infilavi il mattino nelle scarpe, con la camicia ancora un poco aperta e la luce che arrivava obliqua da Piazza Armenia. E mi dicevi che non c’era il tempo per il caffè, scordandoti ogni volta che mi fa schifo il caffè. Cinque stelle perché mi hai detto che era l’unica cosa che volevi fare, né toccarmi né baciarmi. Tenere addosso solo la maglietta viola, che poi nel disegno non viene, hai detto, uso solo il carboncino, io facevo di tutto per coprirmi la pancia, trattenevo il respiro, ansimavo come i topi perché non mi scoprissi imperfetta.

Tu né baciarmi né toccarmi.

Voglio solo dipingere la luce sul muro, hai detto. Chiudi la porta che fa freddo. Tieni gli occhi aperti, non ho paura, il mattino, il sorriso zingaro del mattino. Dopo mi dici non sarebbe bello se riuscissmo a dimenticarci? Sarebbe irreale se riuscissmo a dimenticarci e tenerci i piedi nei piedi finché non ci vengono i crampi e mi piace quando sorridi ma non si può fare. Con me ci sono sempre delle cose che non puoi fare, segreti, piccoli divieti, rinunce. Con te non riesco, con te non viene la negazione, il principio del pudore, la reticenza femminile, con te è sempre sì. Non pensi che abbia ragione? Non pensi che sia tutto vero? Non pensi sia tutto bello e fottuto e fottuto è stupendo?

Dire sempre di sì.

Appòggiati al muro. Inarca la schiena. Sì. Tieni il braccio sulla testa, e gli occhi bassi, fissa la diagonale sopra il pavimento. Sì. Tutto quello che mi dici, io che speravo di riceverti come una storia, e invece pochi ordini per farmi venire voglia di restare per sempre.

Poi crolla il silenzio come celle d’api sbattute, si disperde per il vuoto degli angoli, riempie con fragore.

Seguo la diagonale sul pavimento che diventa diagonale che diventa pavimento lungo le mie tempie e diagonale è dentro, immagino cubi geometrici tridimensionali, labirinti dove potrai abbandonarmi con l’inganno delle promesse. Conto da seicento alla rovescia e poi di nuovo, per fare passare il tempo capovolto, mentre tu disegni e mi ami con la scusa dell’artista, da lontano, con le mani sporche e il cuore pulito e io come una modella innaturale che aspetta che torni, il suo fiore prediletto, la corona, io che sono solo fuori e tu che non mi tocchi, non ci arrivi, non mi raggiungi mai.

Dovremo misurarci, alla fine, sul campo di battaglia dei vigliacchi, le tele, la musica, i libri, le ceste dove raccogliamo i vuoti di coraggio e le possibilità mancate. Dovremo spiegarci il motivo di questa fuga, della nostra leggerezza ostentata, mentre davvero non avremmo voluto che perderci, mentre dopotutto non avremmo voluto mai perderci. E invece succede e anche a cancellarle restano le prove di quello che non abbiamo capito. E solo molto dopo sapremo raccontarci com’è successo, un sabato di dicembre, al bar di Piazza Armenia, che abbiamo trovato la notte quando nella stanza risplendeva il mattino.

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