Essere meschini

Poi l’autunno impara a finire. Perché a finire s’impara, la fine, i finali, la morte, e le canzoni suonate fino a qui. Il tifo che fai è un naso arricciato e le ginocchia che pregano per te che venga presto un’altra stagione e finisca questo misero novembre. Vittorio, non avevi ragione. I tabaccai chiudono alle sette e mezza e quando piove non si mettono sulla porta a fumare. Restano dietro il banco e se entri e chiedi un biglietto o la spregiudicatezza d’abbracciarti, ti chiedono scusa per la sigaretta accesa e devi dirgli niente che non è importante, del resto a chi interessa la solitudine di un corpo acceso che se ne va per le strade come se avesse qualcosa da fare.

Vittorio, forse quella volta avresti dovuto scrivere improbabile, che a novembre è improbabile essere meschini, ma può succedere. A me è successo e tu col cazzo che mi sei vicino, hai pensato che era meglio un altro sorso e non farti trovare mai più dalle parti di Campo de’ Fiori. Io ti parlo con ossessione perché l’ossessione mi dona, mi fa la pelle luminosa e mi sganascio la bocca di sorrisi, ti faccio compagno amico fratello ma dopotutto vorrei dirti di andare a quel paese tu e i tuoi disegni e le partite perse e un po’ meno quelle vinte ma lo stesso. E la volta che s’è attraversato il Tevere col dito dai ponti illuminati coi giubbotti aperti a prendere freddo sul cuore perché ci fa bene, ci fa tanto bene.

E dopo ci mettiamo tutti tutte le sere a letto, pensando a chi non c’è e sperando che quando ci verranno i capelli bianchi avremo la forza di non strapparli via. Io faccio lunghe liste per non dimenticare le cose, Vittorio, le liste vanno molto di moda se non le lasci sul tavolo della cucina. (E l’insegna Segatori vicino Fontana di Trevi e le facce di tutti quelli che hanno voglia di tornare qui e la meschinità è un gioco che si fa da piccoli poi da grandi si smette, come togliere i piedi dalle scarpe delle madri.)

La nostalgia è un bastoncino di legno che non brucia, ho smesso di bere, ho smesso di fumare. Ho fatto lunghe passeggiate nelle notti di Trastevere, col braccio nel braccio di un’amica e l’amore davanti, a ridere per il culo degli alberi, a sforzarmi di ricordare il movimento delle foglie a precipizio sul fiume. Il buio si respira ma nel buio si soffoca. Ho camminato con le calze arrotolate e i bicchieri di cioccolata fuori dai guanti e prima ancora ho detto Chopin, su via del Corso, l’odore delle caldarroste. Ho spinto pensieri sempre più forti e sogni nell’utero che conservo dentro gli occhi e mi sono svegliata ogni mattina con una canzone diversa nella testa e un nome di donna diverso nella testa e un desiderio di donna sempre uguale, che non cambia, che cresce nel tempo.

Mi sono annoiata, mi sono arrabbiata, ho provato disgusto, sono rimasta a letto per due giorni sperando che almeno fuori cambiasse qualcosa, ma solo il mio cuore e il frigorifero si svuotavano, cose con una data di scadenza, alveoli che non smettono di funzionare anche se vorrebbero. E solo dopo giorni, senza ingoiare niente che potesse farmi male e chiudere buchi nel cuore per aprirne più gravi altrove, sono riuscita a ricordarmi chi ero. Abbiamo tutti un inferno privato. Ho cose che mi annientano prima e poi mi salvano, sempre le stesse, sempre diverse, sempre negli stessi posti, mai nello stesso momento. Ho scoperto com’è la vita quando ritorna. E certi ritorni vanno festeggiati. So come mi sento quando mi sento. Ogni tanto no, ogni tanto i miei polsi battono da lontano come sotto la neve. Mi sembra di essere libera, invece. Ho lasciato amici e conoscenti. Te non ti so lasciare, e non ti voglio lasciare. Voglio venirti a trovare. Dove parlano i filosofi, dove si salvano i filosofi, da tutti gli incendi, solo per ricordarsi le storie.

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