Regalami il quinto piano

L’energia non si cancellerà lungo le coste dei rami

nonostante l’autunno imminente.

Impara a scorrere la vita nei tombini,

ma la mano non ricresce per l’inverno:

quest’anno il raccolto è perduto per sempre.

Il passero che cade, che senza colpa cade

– rovesciato nel becco –

è nato.

Ogni corpo è un’isola.

Sognavo di stare al quinto piano di via Lorenzo il Magnifico. Sognavo che fosse autunno e la mia faccia al vetro, fuori la pioggia sulle luci delle macchine. Avrei avuto nostalgia di limoni. Sarebbe passata piano, come una carezza sulla pancia. Avrei tenuto in mano una tazza, una bevanda calda, un maglione largo, chiaro. Sarebbe facile dire che sarebbe scesa la sera. Sarebbe stata una giornata faticosa, avrei attraversato via Ravenna, via Catania, avrebbe cominciato a piovere, avrei stretto il nodo al paltò, avrei fissato la punta delle ballerine con un’espressione stizzita, non era giornata, la pioggia raccolta sulla paletta della fermata sarebbe venuta giù grigia sui miei capelli raccolti, avrei cercato di asciugarla con le dita, un anello sottile all’anulare, sarebbe stato inutile, l’autobus si sarebbe fermato con docilità, il ragazzo con la felpa scura mi avrebbe fatto salire lasciandomi appoggiare un braccio al suo sorriso, avrei risposto grazie, scoprendo un orecchio.

Ho vissuto al piano terra, al primo piano, al quarto piano. Al quarto piano non soffrivo di vertigini e vedevo il mare. La notte non era più di un guizzo scuro. Aveva gli occhi arancioni, mentre i miei scurivano con le stagioni, sfiorivano, germogliavano ancora. Quello che puoi fare dal quarto piano: affezionarti alla signora che fuma in balcone tutte le mattine, alla stessa ora, sempre due sigarette; cercare di capire perché la madre rimproveri il figlio quando si nasconde dietro le tende del soggiorno; cantare una canzone alle tre di notte, fissando le luci della farmacia notturna (come il 60, notturno) con la finestra spalancata in camera, aspettando che cambi qualcosa. Avevo imparato a conoscere tutte le coincidenze, restare in equilibrio sul palmo della mano, tenere la fronte contro la tua fronte, pronta agli angoli e alle risalite.

Muoversi tra il passato e il condizionale, assomigliare all’acqua, essere senza ombra. Cerchi che non sono in grado di disegnare. Dentro il mare non restituisce che sale. La lingua che cambia colore per difendersi. La lontananza dalle cose del mondo, che non esistono. Precipitare dal davanzale come un fiore. Perdere i sensi a causa degli occhi. La necessità che non permetto agli altri di comandare. Il battito che trema i muri. Regalami il quinto piano perché voglio solo guardare e non essere guardata.

2 pensieri su “Regalami il quinto piano

  1. Ci pensavo anche io a via Lorenzo il Magnifico, l’altro giorno. Ed era una via di “prendo l’autobus qui perché non mi va di vedere la stazione Tiburtina e mi copro gli occhi quando le passo accanto”, una via del gelato buono, una via di cose belle, una via con la luce più bella di Roma quando la città decide di mettersi in ghingheri al tramonto, una via dove i palazzi ti tirano il naso all’insù. Inevitabilmente.

  2. E’ vero.
    Ma la stazione di work in progress mi piace. Ha cancellato molte cose, il cemento nuovo. E voglio un ascensore che mi porti a casa dal binario uno.

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