Il tuo destro e la punta dell’altro

Sono nove mesi e l’ultima volta mi hai detto che non mi volevi. Ti ho telefonato e il lungomare era nero coi pesci rossi che s’illuminavano sui bordi. Il molo sarebbe stato poco affollato, se avessi potuto vederlo, fare tre rampe di scale, salire in macchina e venire a vederlo, il molo, venire a vederti. In inverno non parte nessuno per fare le vacanze tranne quelli che vanno in Australia. Avevo un amico che si è sposato a Natale solo per andare in viaggio di nozze a Sidney. Ho gli amici che si sposano. Quand’ero piccola mi chiedevo come fosse il Natale in Australia, se san Giuseppe sapesse nuotare e se i pastori andassero a fare windsurf. Io non sono i miei amici, io non mi sposo.

Ti ho chiesto Posso venire da te? Tu hai sbuffato nel telefonino, un soffio tempestoso come il mare, che s’è messo a urlarmi nell’orecchio, girovagando per tutte e due le tempie. Ho chiuso gli occhi e ho atteso. Se vuoi proprio venire, hai detto, quanto ti fermi? sono già le dieci e mezza. Già le dieci e mezza. Lo vedo che sono le dieci e mezza e tra un po’ finisce questa giornata di merda, coi numeri d’autobus sbagliati e i tombini scoperti per i lavori in corso e la strada provvisoriamente interrotta all’incrocio in via Fieschi, i titoli seppia dei giornali e tu che non mi chiami, tu che non mi cerchi più, tu che giochi a scambiarti le braccia con le ragazze di cui poi dimentichi il nome e io non ho pietà di nessuno. Lo so, ti dico, magari poi facciamo tardi, dobbiamo finire le ultime cose prima della serata, male che vada mi fermo a dormire da te. Da te, da te, dio cristo, non penso di dovertelo spiegare, non penso di doverti infilare nella testa pure i sottotitoli. Malechevadavogliodormireconte. La poltrona che c’è in camera mia non si apre, vedo se gli altri hanno un posto in camera.

Ti dico che va bene, di lasciare stare, ti dico che non lo so se mi va più di venire a casa tua, dopo queste cazzate che t’inventi, ti dico che non ci sarebbe niente di male a dormire insieme per una notte, anche se non stiamo più insieme, non importa, non deve succedere per forza qualcosa. Mi dici che non capisco, che anche solo abbracciarsi può essere irreversibile, me lo dici tu che hai sempre messo nelle braccia la forza di tendini muscoli sangue e nient’altro, mi dici che non ha senso, che comunque ci siamo lasciati, che ti ho lasciato e non ha senso dormirci accanto. Ti dico che non ha senso perché è quello che hai deciso tu, che sei egoista e noioso e sono stanca anche se ancora ti voglio e non voglio mai non voglio mai più tornare insieme a te e prima di riattaccare ti dico di andare a farti fottere.

Dopo prendo la macchina e scendo al Molo Vecchio. Mi tolgo le scarpe, c’è un freddo cane e vorrei parlare con te, rimangiare i nastri di questi ultimi anni, farti da mangiare, farti gli agguati alla schiena mentre sei seduto in camera a leggere a disegnare a studiare, ma è gennaio e gennaio è troppo tardi, le punte dei piedi sono gialle e io aspetto di non sentire più niente, il calore, l’attesa, aspetto di dimenticare la strada che porta a casa tua, la strada che fa il sangue per portare il corpo a camminare. Non ti sentirò più. Ti sarà difficile raccogliere un po’ di pazienza, la voglia di cercarmi. Attraverseremo i mesi ma da soli, io coi quaderni da chiudere e le suole da riparare, e tu. Il molo è vuoto e bianco nonostante la notte, non guardo niente, solo la forma che ha preso la ruggine sulla gola di una nave. Il molo è spento e non si muove, è senza vita, è viola: quando dovranno tagliarmi via il freddo dalle ossa avrò cura che tu sia la parte cattiva di questo silenzio.

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8 pensieri su “Il tuo destro e la punta dell’altro

  1. roro mi mancavi. davvero. e quando ti vedo su anobii che aggiungi libri nuovi alla libreria mi chiedo sempre come stai (e non so perché).

  2. che cara sei.
    Io, sai, ti scrivo solo ogni tanto, ma leggerti, quello sempre.

    comincio l’Università, mi iscrivo a Lettere, avevo voglia di dirtelo.
    Perchè di tanto in tanto mi viene in mente una cosa che ho letto qui:

    ” Lei studia? Sì. Lettere? (Ce l’ho scritto in faccia che sono una sfigata, vero?) Sì, lettere. Vuole insegnare? No, voglio fare i libri. ”

    mi fa sorridere.

    Spero che tu stia bene :)

  3. porcoggiuda che pezzo bello!
    alla fin fine quasi sentivo la parte cattiva sulle ossa fredde.
    poi dicono di leggere i classici: qua c’è gente che ti fa rabbrividire quant’è brava.

  4. Capisco perfettamente le ragioni di lui. Mi dispiace se il molo era freddo o se la ruggine sulla gola della nave ha preso una forma che non ti è piaciuta. Spero che la parte che ti hanno tagliato sia stata quella cattiva, lo spero per te. Ma capisco lui.

  5. a roro: in bocca al lupo per tutto, piccola. e sentiamoci sempre.

    a binjip: mammamia, ho l’autostima che soffre di vertigini. grazie!

    a lamayo: grazie mille.

    a giacomomason: capisco anch’io le ragioni di lui. e non condivido quelle di lei. però mi andava di indossare i vestiti di un altro, capire com’era.

    lindalov: non saprei dirti esattamente. mi pare che la scrittura sia uno specchio deformante, a cui siamo grati, di tanto in tanto, per la gentilezza che ci usa.

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