Dicono che parti

Prima o poi dovrò salutarti del tutto,

smettere di affondarti nei capelli

gocciolanti, in quest’estate al mercurio

scivolosa liquida blu

con le strisce bianche sul cielo

come le righe dei fogli.

Dicono che parti, nella seconda parte di questa pagina, voglio capire se è vero. Voglio capire se è vera questa pancia vuota dove cammini come formiche. Ti ho vomitato quattro volte, stamattina, mentre la mia testa leggeva l’oroscopo nei ricordi e parlava dell’ultima decade

settembre ha la faccia ferma

le prime due, diceva, le prime due non vale la pena cominciare, meglio che ti godi il fatto che stai male se stai male. Fa’ in modo di non avere padroni, che nessuno t’imponga i desideri. I desideri i miei desideri hanno i denti neri perché continuano a bucarsi le braccia, si strappano i capelli, non mangiano, nascondono le mele nelle vestaglie da notte.

(Prima: fa’ che l’amore non venga, che se viene non ti trovi, datti malata, inventa una scusa, rimani a casa. Non c’è da fuggire: sparisci.)

I capelli li ho rovinati a forza di salsedine, marciano lungo la schiena, sono bianchi bianchi bianchi e secchi e tu mi dici che ti mancano (che già ti mancano) mentre cresci con la speranza di ritornare: cresci nelle mie maniche come un asso o l’ultima mano buona che non so giocare perché non sono abbastanza brava nei tuoi occhi.

Sospeso.

Schiena sospesa e rumore di pupille.

Dentro, le storie di cui farò a meno (dovrò imparare a farne a meno) e quelle che dimenticherò subito, quarantacinque minuti d’aria sottovuoto bastano a cancellare tutti gli anni. Solo quelle che hai scritto prima, precedute dal segno universale della conta che non mi entra nelle dita perché sono dita chiuse al mondo le mie dita sono dita che si limitano solo a disperarsi d’amore.

Dovrai rendermi almeno una parola,

un sorriso, per riscattare le gonne chiare

e le scarpe numero trentuno

nei pomeriggi profumati di rosso

sporchi succhiati stretti di rosso.

Con le mani calde di rami

stesi nel sole e sopra

le api messe a stagionare,

le mosche che entrano nell’autunno

e dopo sepolte

come segnalibri nei libri di scuola

Dovrai almeno punirmi il dorso della mano

con la mano sterile,

buona solo a cercarmi i baci sulle braccia.

Capire perché fa sempre così male.

Il treno che non ho preso e che divora tutto,

che s’è inghiottito tutti.

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