Hiroshima scusa non stavo scherzando

Hiroshima scusa, è tardi. Lo so che è tardi, ho le sagome dei quaderni neri sulle mattonelle e non vanno via. Ho provato col sapone neutro, col bicarbonato, con la candeggina, ma niente, niente, sono pagine al participio passato con l’inchiostro blu che mi usciva dalla lingua.

Sono nata in un giorno che mi dice chi sono e non devo più pensarci per tutta la vita. Finché non vengono due uomini che tengono in braccio un martello e col martello suonano la morte bruciata. Sei agosto, Hiroshima, scusa, sono la stessa cosa e non ho proprio il diritto di lamentarmi per il caldo.

Oggi per esempio erano due tre quattrocento mila fibre cardiache che sono collassate all’istante. Erano piene di luce che si spegneva tenendo l’istante delle mie ciglia e veniva fuori il mio rammarico dalle vesciche degli occhi: mi dispiace se stai male, mi dispiace se stai male per me. Non è vero che non voglio essere qui. Non è vero che vorrei essere altrove. È solo che ho paura e aiutami non lo so dire, pensavo di sì ma non viene fuori, ho provato in tutti i modi, ci sono le tenaglie sul tavolo della cucina, quando ho finito le metto in ordine, per ora se puoi perdonami.

Non mi vergogno di quello che sono, non voglio nasconderlo. Voglio che rimanga tutto sbagliato e colorato in mezzo ai tuoi piedi, che mi tiri i calci mentre mi dici che dovrei stare composta, sulle sedie, con le gambe chiuse, negli armadi.  Scusa se non abbiamo ancora imparato a parlarci mettendo da parte il casino che fa qui dentro, e ci guardiamo e ci mettiamo a piangere e mi dispiace se non puoi aiutarmi.

E poi gli abbracci, sì ma io lo sapevo che questa cosa portava solo danni. L’ho imparato da piccola e ho fatto finta che non fosse vero. E da grande era peggio facevo finta che non esistesse affatto. Non lo capisce quasi nessuno e mi sento l’opposto di quello che credi, giuro che sbagli: io sono un verme.

Stai sempre per i fatti tuoi e sei turbata e non mangi e non ascolti ed è come se non te ne importasse niente ed è come se volessi essere da un’altra parte ed è come se ci volessi morti o se volessi essere morta tu

io non voglio che vivere.

è per l’anniversario e quando ho staccato il collo dall’utero non ho pianto avevo gli occhi infiniti e nei miei occhi c’era il mare e il mare era nero e lucente come la testa di una balena

volevo scriverti e poi non l’ho fatto perché non mi pensi più e hai perso il telefono il mio numero il nome e anche se volessi non potresti chiamarmi invece dovresti perché mi sono innamorata di te come oggi e non ho mai smesso di maledirti e cercarti e dovresti amarmi anche tu se fossi un principe

invece sei di carta, se ti ritaglio non vengono fuori i festoni

comunque non avrei potuto appenderli stanotte sarebbero andati a fuoco mentre la citronella cola nel mare e le stelle diventano rosse grandi fuochi enormi li infilo nei polsi con la traccia numero cinque il cielo che diventa rosa per una storia di tramonti e volpi com’è che ci sono sempre di mezzo i libri e non ci sei mai di mezzo tu?

Brucia Hiroshima e mi dispiace mentre spengo una candelina soltanto molti auguri e pochi baci questo cazzo di caldo e la mia testa allagata.

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2 pensieri su “Hiroshima scusa non stavo scherzando

  1. […] sei arrivata tu a cucirmi queste cicatrici. L’avevi giurato; già il primo giorno di vita, quando ho staccato il collo dall’utero, avevi fatto il giuramento di cucirmi per sempre le ferite. E lo mantieni ogni volta, con la mano […]

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