Alle 7.36

Quello che ama le permette di tenere traccia di se stessa e delle sue morti,

quello che ama la rende incancellabile se non attraverso un atto di volontà.


Ora del decesso, 23:48, causa del decesso, una parola sbagliata.

Ora del decesso, 17:23, causa del decesso, un silenzio troppo lungo.

Ora del decesso, 07:36, causa del decesso, incertezza protratta.

yellow letters

Tu dovresti saperle, tutte le volte che ti sono morta accanto. Dovresti saperle e non le sai. Una volta sono morta mentre eri seduto ai miei piedi, ho chiuso gli occhi e chinato la testa sopra: mezzo bicchiere di birra, un tavolo quadrato, un sottobicchiere nero asciutto consumato. Tu nemmeno mi hai guardata, ero morta, ero bella, ero innamorata di te, non ti sei accorto di nessuna delle mie tragedie, hai solo allungato le labbra e mi hai chiesto se avevo una sigaretta. Non saprei dirti l’ora precisa di questo distacco, non saprei darti l’ora precisa della tua distrazione. Se avessi saputo tenerti il polso tutte le notti di gennaio (come tutte le notte di dicembre) e quelle dei mesi a venire, se avessi sentito il tuo sangue sciogliersi con l’arrivo della primavera e dei miei passi che andavano alleggerendosi fino a spogliarsi del tutto (fino a spogliarsi per te), se avessi saputo fermarti e tu, se avessi voluto fermarmi.

Alle 23.48 sono morta suicida. La parola sbagliata era la mia, tu non hai fatto niente per non ascoltarla. Mi hai detto, Farai la fine di tutti gli altri, pagherai come tutti gli altri. In quel momento ti ho perso.

L’ora in cui è morta la mia (la tua) volontà nemmeno saprei definirla. Innocenti neppure gli uccelli, è colpa della pioggia continuavo a ripeterti mentre mi parlavi delle stelle verdi delle costellazioni di carta delle frasi dei libri ammassati sui sedili posteriori (nelle tue mani) e io che mi spegnevo come una luce finita in chiesa la domenica sera, con lo stesso senso d’inutilità e, io credo, la stessa tristezza.

Alle 17.23 il silenzio troppo lungo è stato a causa del vento. Tagliente sulle mani. Ma erano nelle tue. Le tue mani sono gabbie. Io sono stata zitta un minuto di più. Sei caduto quando è venuto meno l’equilibrio con cui ti sorreggevo.

Fammi posto, ho sbagliato, avrei dovuto dirtelo, butta via tutti questi alberi messi a macerare nelle notti di tempesta solo perché ci tenessero compagnia. Nevica in tutti i romanzi, in tutti i romanzi io ho un cappello blu o un ombrello nero e attraverso la strada, in uno muoio e nessuno se ne accorge. Tu nemmeno, per un attimo rallenti, mi guardi riversa offuscata sconfitta all’ombra del marciapiede nell’ombra della notte, mi guardi rallenti e quasi accosti, stai per aprire lo sportello e io ti vedo ma ti vedo male, non ti conosco, non ti riconosco, poi ingrani una marcia un’altra un’altra finché non mi fai finita.

Alle 7.36, coglione, mi manchi.

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