Lego

È molto difficile. Ho sempre saputo quale fosse il posto delle cose. Se avevo voglia di una merendina dovevo aprire lo sportello lungo vicino al televisore. Se volevo rileggere un libro dovevo solo ricordare in quale degli scaffali fosse sistemato. Se mi serviva un coltello per tagliare il pane dovevo cercarlo nel portaposate accanto al lavandino. Ho avuto più diffcoltà a dare un nome alle cose, invece che a prendermele. Ho dovuto imparare a dire “scaffale”, “portaposate”, per spiegare agli altri dove avevo preso quello che mi serviva. Non ho dovuto impare i gesti, ho dovuto imparare le parole per spiegarli. Nemmeno per descriverli, per descriverli mi arrangiavo con altri gesti. Ma per spiegare servono le parole. All’inizio devi prendere la mira, è difficile. Devi attaccare l’etichetta giusta sul barattolo giusto di marmellata. Devi dire albicocca alle albicocche, devi dire mirtilli ai mirtilli, non deve mai tremarti la mano, non devi mai mancare il bersaglio. Se sbagli, con le parole, qualcuno può restare ferito e non volevi. Il proiettile, il pallino, la cartuccia intera, può esploderti male nelle mani o ucciderti.

Lo sento il pericolo, adesso.  Ho fame e mi sento vuota e non so dove prendere da mangiare, non so come posso riempirmi. Giro per la casa e non riconosco niente. Non sono mai stata qui anche se mia madre continua a ripetermi che è casa mia, anche se sulla mensola vicino al letto ci sono attaccate le mie fotografie, anche se inciampo nei pupazzi che avevo da piccola, anche se ricordo i nomi che ho dato alle cose. Non sono mai stata qui. Entro per sbaglio nelle vite degli altri, dei miei fratelli, dei miei genitori, di quelli che sono passati di qui mentre io non c’ero. Un ragazzo ha dimenticato un bracciale celeste intrecciato con fili tesi come fossero stati inamidati e quando ho provato a indossarlo si è rotto. Anche le gonne e le lenzuola le scarpe le collane, quando provo a indossarle, si rompono.

Forse nemmeno le cose mi riconoscono più. Ho passato gli ultimi giorni (i primi giorni) a chiedere scusa, a sentirmi chiedere scusa. A piegarmi ogni volta che percepivo le lame oscillare sopra la testa. Giro per le stanze e mi cerco e cerco di farmi spazio e non mi trovo.

È come quando sei piccolo e giochi coi Lego. E fai di tutto per incastrare il pezzo bianco con il pezzo rosso, anche se i buchi sono al contrario, anche se sai che non c’è modo, ti ostini, cerchi l’unione perfetta, e l’unione perfetta non esiste, sfreghi la plastica con la plastica, ancora, più forte, il bianco con il rosso, il bianco contro il rosso, finché non s’incastra, finché non tiene, finché non resta, finché si rompe.

Il pezzo bianco contro i pezzi rossi.

Il pezzo rosso con il pezzo rotto.

Devo imparare a scegliere cosa mi serve e cosa no. Di cosa ho necessità e di cosa no. Per esempio adesso non mi servono i pesci rossi, gli elefanti e le formiche. Non mi servono le puntine da disegno, i compassi e le bussole. Non mi servono i capelli rasta, i braccialetti etnici e le mary jane. Non mi serve nemmeno da mangiare. Non mi servono i contrabbassi e non mi servono le chitarre. Non mi serve dormire la notte. E prendere tempo, non mi serve. Non mi servono le cose che mi sono successe, non tutte. E le cose di cui non ho voglia di parlare anche se mi sarebbero utili. Ma non ho voglia di ricordarle e quindi non ho voglia di scriverle.

Le cose che mi sono successe.

Non so se ho la forza di andarle a prendere.

Non so se posso riuscirci ancora, a chiamare lo scaffale scaffale e il portaposate portaposate e il pane pane e le albicocche albicocche. Non so se è più facile prendere le parole o morire di fame. Non so se fa più paura aprire gli sportelli in alto o fingere che non ci siano sportelli. Non so se la mia cucina è un posto sicuro, e la mia casa e la mia pancia, non so se sono posti sicuri.

:

Sono seduta al tavolo di un bar. La luce è azzurra quasi grigia. Alla mia sinistra un ragazzo, alla mia destra una ragazza, si guardano, li guardo, dico mi dispiace, mi guardano, si voltano, si guardano.

È che voi, invece, non avete la minima pietà di me.

4 pensieri su “Lego

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