L’ultima goccia di mare

Vorrei scrivere dal profondo del mare, e vorrei che le mie parole fossero di legno, in grado di non opporsi alle correnti o ai desideri appuntiti dei pesci. Vorrei che non sentissero freddo, vorrei non dover sentire freddo, tenere tutti i suoni a una distanza immaginaria e salvifica. Vorrei che il riflesso del sole arrivasse a spade, ma senza bruciare. Vorrei l’acqua trasparente e indifesa.

L’acqua dell’Adriatico no, è verde come i pascoli abruzzesi. È chimicamente perfetta, non ti resta addosso, scivola come un complimento di seta e non si attacca alle mani. Sulla costa la notte è lunghissima e profuma di genziana. Con gli occhi chiusi senti l’amaro delle radici trattate, il rumore dei bicchieri sui vassoi dei camerieri e i solchi della sedia incisi sulle cosce. L’Abruzzo è il senso di colpa del gatto che ha pisciato un amore di troppo sul pavimento. Una mano di donna che pulisce, il braccio di un uomo che le chiude un fianco, uno sguardo scuro lasciato in balcone perché prendesse l’alba, la parte fresca del giorno. Avresti voglia di qualcosa di cattivo, di indecente, un taglio, una ferita, un foro da cui far uscire tutto il sangue e l’acqua marcia, tutto l’inverno che è rimasto chiuso nei cassetti molli della testa. Aperti, invece, gli orizzonti dell’Adriatico, aperta la bocca di un libro a pagina ottantasei.

Da Bergamo a Catania la grandine ha il tempo di sciogliersi in fili sottili di pioggia. Io ho il tempo di attraversare quattro gallerie e chiudere un libro a pagina centodue perché fuori c’è una storia che mi racconta le partenze e i ritorni e il tempo lacerato come le pareti di un cuore, questo dolore che proviamo tutti e non diciamo a nessuno, perché ci vergogniamo, perché non è nobile la nostalgia, perché sbagliare è banale e nessuno vuole ascoltarti mentre parli, perché nessuno conosce quelli che ami e quelli che hai amato, perché se muoio di te è una morte solo mia e non ne parleranno i telegiornali o gli scrittori, e non ci faranno sopra un film perché non me lo merito, e tu, non te lo meriti e in fondo ci eravamo trovati ma non si poteva. Il verde e il celeste sono due colori bellissimi ma insieme non c’entrano niente. Ho scritto su un quaderno nero, e poi ancora su un’agenda viola, tutte le volte che ho attraversato questi binari (andare e tornare, andare e tornare sempre, con le valigie piene, con le valigie quasi vuote, sempre). E tu mi chiedi perché non mi piacciono i treni. Perché mi portano via anche quando ritorno. Perché sono corridoi e i corridoi mi spaventano. Perché ho lasciato sempre qualcosa sui treni, il cellulare, una penna, una sciarpa, il biglietto appena timbrato, del fango sotto la scarpa. Ho lasciato sempre qualcuno sui treni. E quando risalgo, dopo mesi, ritrovo gli stessi occhi, le mani, i baci, le carezze. I treni sono soffitte vaganti, buie, in cui lasci le cose che non hai il coraggio di buttare. Ho ritrovato tutto anche stavolta: te e gli abiti che non potevo più indossare perché sono cresciuta.

Solo le città non crescono. Le città sembrano sempre uguali, non si accorciano, non ingrassano, subiscono modifiche quasi impercettibili. In piazza Cutelli i cespugli non sono più piccole sculture a forma di elica o di elefante, sono solo cespugli coi capelli corti. Sotto porta Uzeda ci si passa ancora un po’ timorosi e sorridendo, come se fosse davvero possibile inciampare. Il teatro è uguale, l’odore finto di kebab è uguale, i numeri degli autobus sono uguali. Solo che stavolta è tardi. Stavolta tremo nelle gambe e ho le ciglia umide e la testa all’indietro e sì, sto piangendo, ma adesso passa, adesso passa. Io vorrei passare come la notte e come la neve che non supera la notte. Vorrei essere invisibile come la fede o come le città.

Invece ho infilato la mia storia nella bocca di un’altra storia, come una cosa sacra e irrimediabile. Ho aspettato che venisse fuori. Ma sono venute prima le lacrime. Ho reintegrato i liquidi bevendo inzolia, vorrei anche un bicchiere d’acqua per piacere e se è possibile mi faccia smettere questo tremore alle mani e questo zoppicare di piedi. Come dice, scusi? La sera era fatta di voci che si annullavano, che si allungavano sotto il tavolo bassi come sguardi (cosa cercavo? e tu cosa ti aspettavi da me? e cosa ti aspetti adesso da me?), segni di grafite sui fogli che non vanno giù nonostante il vento caldo, mi prude un polso mentre mi finisco le unghie e prometto che non succederà mai più perché forse il mio nome è sbagliato e le mie caviglie non sono fatte per le scale e i terreni accidentati.

Vorrei scrivere delle lettere. Oppure no. Vorrei pungermi per far venire fuori il liquido sbagliato delle articolazioni, vorrei che le parole smettessero di cigolarmi dentro. Vorrei restituire la vita a chi l’ha persa e a chi non l’ha ancora trovata. Vorrei l’ultima goccia per fare traboccare le mani. Vorrei che fosse facile, dopo avere pianto, riprendere il senso giusto delle cose. Vorrei che l’acqua fosse trasparente e sicura, e mi compensasse.

Quando mia madre mi chiede perché voglio stare da sola le dico devo stappare una bottiglia, ma non ho niente da festeggiare. E lei mi guarda e non capisce, poi distende il volto, è di vetro?, mi chiede. Annuisco e lei mi dice stai attenta a non tagliarti.

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2 pensieri su “L’ultima goccia di mare

  1. Vorrei l’ultima goccia per far traboccare le mani è bellissimo.
    Ed anche tutto il resto. E scrivere dopo tutto questo, forse è solo sciorinare banalità.
    Ma hai scritto come se leggessi, in questo come in tanti altri istanti sospesi, raccogliendo parole da quel copione spiegazzato che è stata ultimamente la mia vita.
    E se vivi quello che scrivi sai il male che fa.
    E non ti consola certo uno come me che ti dice brava.
    Ma te lo dico lo stesso.
    D&R

  2. salve, ho adorato davvero molto questo post
    comunque se era riferito proprio a me il ‘vorrei scriverti ma non so dove’, ti lascio l’email :]

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