Chissà se sono gelosi i pappagalli

No, non ho trovato un equilibrio, meno ancora riesco a stare in piedi sulla tastiera di questo computer.

Non voglio smettere di mangiare carboidrati, i carboidrati sono buonissimi anche se così non dimagrirò mai.

Non voglio smettere di volerti, volerti è bello anche se così non mi sazierò mai.

E’ una questione di appetiti, hai detto, mentre Dio coi pastelli a cera giocava a fare notte sul foglio A4 della tua città.

Ci sarebbe poi un’altra cosa, ma l’hai già detta tu e quindi mi sembra irrilevante.

La coperta la tiri tutta dalla tua parte, è da molte notti che mi lasci prendere freddo sulla schiena.

Mi trascuri, ho un pappagallo che ho chiamato Pirata, come per fargli un dispetto: Pirata.

A Pirata un altro uccello ha beccato l’occhio, era uscito di testa, chissà se sono gelosi i pappagalli.

Io ti vorrei accecare come hanno fatto a Pirata. Non chiuderti in una gabbia, non segregarti in casa.

Non voglio portarti da mangiare, non voglio cambiarti i fogli di giornale su cui hai fatto la cacca.

Voglio insegnarti il mio nome, aspettare che tu lo ripeta, una volta, due volte, tre.

Sarebbe la sola parola che ti insegnerei, il mio nome, sarebbe la tua gabbia, il quotidiano su cui fare i tuoi bisogni.

Pirata invece conosce un sacco di parole. Dice Rosso, dice Neve, dice Topo.

Dice solo parole di due sillabe.

Da qualche settimana provo a insegnarli Ammortizzare.

Ho smesso di farti da cane da un pezzo, questa storia è piena di animali, sembra quel libro con la copertina in quattro.

Questa storia in verità non è una storia, ci sono solo animali, c’è Pirata, c’è un cane.

Io non ho l’istinto del cane. La distanza mi sta già stretta quand’è spiegata.

Detesto follemente le distanze verticali.

Non potrei mai essere il tuo cane, il cane è uno che ti chiede il cibo con la zampa sulla coscia, con gli occhi così.

Il cane è una cosa disperata, si mette dietro la porta e tutte le volte aspetta che torni.

Nella mia testa gira una frase, da settimane, più o meno da quando guardo negli occhi Pirata sillabando A-mmo-rti-zza-re.

La frase dice, Seguirti sempre ma da lontano.

Anche questa è una storia, senza cani e, in fondo, senza inseguimenti.

Ci sono le pistole, ma tutte raccolte nel nido.

Pirata le cova. Pirata è un buon compagno, vorrei che fossi tu, ma tu non hai le piume colorate.

Che io ti segua da lontano (Dio tira su il pastello bianco e poi quello arancione) implica delle cose.

Delle cose che non sono sicura che capisci.

Ci voleva il congiuntivo, non lo uso perché dovrei specificare il soggetto, non mi piace specificare il soggetto.

Dopo tanto ormai te ne sarai accorto.

Implica per esempio il silenzio, che è una cosa che mi piace, ma solo quando la capisci.

Pirata non concepisce l’idea di silenzio, rumoreggia a vanvera, gorgoglia con la gola, è un pessimo compagno.

Dorme con gli occhi aperti, me ne sono accorta subito, sembrano di plastica nera spalancata.

Nemmeno io mi fido del tutto, di te soprattutto.

Non è stato sempre così, una volta era diverso, una volta riuscivo a chiudere gli occhi.

Forse anche Pirata, una volta, chiudeva gli occhi.

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3 pensieri su “Chissà se sono gelosi i pappagalli

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