Roma (maggio duemilaedieci)

Quando ti dico che voglio smettere di scrivere spalanchi gli occhi e mi chiedi perché. Provo a spiegartelo, sorridi e mi dici allora non scrivere. Mi ero innamorata di questo. Mi precedevi. Non cercavi di raggiungermi, non m’inseguivi, non mi rincorrevi, eri lì, eri già lì, aspettavi che finissi la mia corsa, mi tendevi la mano. Non avevi paura. Io ne avevo moltissima, non sapevo cucirmi un’etichetta da regalarti, volevo essere qualcosa per te, non riuscivo a darmi una forma da lasciarti amare. Non ti è importato mai nulla, non hai cercato mai di imbrigliarmi. Le parole non le hai mai usate per uccidermi.

Hai preparato una torta, volevi farmi una sorpresa, hai combinato un casino col lievito e le uova, ma non te lo dico, è una torta buonissima che mi fa sentire a casa. Dalla stazione a casa ci teniamo per mano, ti racconto tutto quello che ho fatto in questi giorni, tu hai finalmente un progetto da curare, io cerco di capire perché ogni volta che scrivo nelle cose che scrivo tu non ci sei.

Non ho bisogno di scriverti. Scrivo per colmare un’assenza, per restituire un senso a ciò che ne è privo. Tu ci sei. Hai un senso. Sei presente.

Riprendo le piccole abitudini ma con fatica. Dormiamo insieme, i tuoi piedi abbracciano i miei piedi, dormiamo a cucchiaio, ci svegliamo nel cuore della notte per accarezzarci, poi ci riaddormentiamo, siamo troppo stanchi per fare l’amore, non vergognarti, è per questo che ti scrivo. Ti porto da un’altra parte. Ti porto qui. Qui ho la mappa, non puoi perderti, non avere paura, qui so dove condurti, fidati, non posso perdermi.

Mi leggi una poesia. Te lo chiedo sempre più spesso. All’inizio ti annoiavi, forse ti annoi ancora ma mi fai contenta. Ti solleva il pensiero che dopo poco mi addormento. Forse ti piace. Ti tormento, ti leggo tutto quello che mi è piaciuto nei libri che ho letto. Mi stai a sentire. Negli ultimi tempi hai affinato il gusto, sei più attento, ti arrabbi moltissimo quando trovi un refuso, mi fai tenerezza, quando mi dici che l’accento di una parola è sbagliato ti abbraccio e mi sento colpevole.

Mi hai detto che volevi leggere alcuni dei miei libri, ma solo quelli che non avevo sottolineato, che ti dava fastidio. Io ci sono rimasta un po’ male, senza motivo in realtà. Anche io non riesco a leggere i libri che qualcun altro ha già letto sottolineato amato. Mi sembra di essere l’amante in una relazione già intrapresa, questo libro – mi dico – non è mio, è già di qualcuno. Ma quando sei tu a dirmelo mi dispiaccio. Forse perché io lo leggerei un libro che tu hai sottolineato. Forse vorrei sapere cosa hai amato, quali parole, quali frasi, di quale costruzione ti sei innamorato, forse vorrei immaginare cosa provavi, forse capirei meglio chi sei. Forse mi dispiace che tu non voglia capire meglio chi sono.

Forse sei già arrivato e mi aspetti. Tu sai già chi sono mentre io mi cerco ancora nelle parole degli altri.

2 pensieri su “Roma (maggio duemilaedieci)

  1. Ci siamo già permessi di dirtelo, ma da lettori possiamo solo ripetere “non smettere di scrivere…!”
    Continuiamo a ficcanasare, anche se forse è un momento particolare, pe noi, per te, per tutto, ma insomma, se non smetti noi continuiamo a leggere!

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