Piemonte (maggio duemilaedieci)

I piemontesi sono tutti freddi, non ti guardano e non ti parlano mai. Infatti appena salgo sul treno un ragazzo di Asti inizia un racconto in cui c’è lui che fa il pendolare da Asti a Torino per studiare Matematica e c’è un treno che tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, si ferma in aperta campagna per una decina di minuti e poi riparte. Vorrei restare almeno un’altra mezz’ora a farmi raccontare i fatti suoi e magari ogni tanto parlargli un po’ dei miei, ma scendo a Lingotto, sei minuti da Torino Porta Nuova, è l’ora di pranzo e il mio pranzo è stato un panino col crudo che sembrava caramella gommosa lasciata a marcire sulla bancarella.

Appena arrivo in Fiera chiamo Vale, che è con Rob, siamo contente di vederci, eccitate come bambine e stanche come nonne. Raggiungo R. che è più bello del solito e quando mi vede mi abbraccia tantissimo e gli dico, Ma che hai fatto? Sei bellissimo. E mi tiene stretta la mano e mi dice, Vieni a trovarci, dai, che bello rivederti, passa da noi qualche volta, dai, ma che piacere vederti, dai. Gli chiedo se posso lasciare lì la valigia, mi dice Ceeeerto, così, con quattro “e”, gli dico Grazie, allora ci vediamo dopo, Ceeeerto (…), a dopo.

Va bene: ti sto gomito a gomito. Hai un impermeabile lungo, beige. Sembri l’ispettore Gadget o il tenente Colombo. Mi fai ridere. Sei buffo. Stai un po’ curvo. Hai gli occhiali. Sei bello. Vale mi guarda il respiro mozzo e ride. Io sto con gli occhi spalancati e aspetto di morire, o che mi stringi la mano, fai tu, è uguale, sta per succedere, sento le voci che ti chiamano per nome e ti avvicini disinvolto e per un attimo mi guardi e poi ti arriva una telefonata e dici a tutte noi “Scusate” e io penso Ma vaffanculo tecnologia di ‘sto cazzo non era meglio quando c’erano le cabine telefoniche? Non avresti mai potuto avere una cabina telefonica nella tasca dell’impermeabile, e la tua mano sarebbe semplicemente precipitata nella mia.

Compriamo libri e colonizziamo le poltroncine dello spazio Ibs, il caffè e le spillette perché leggere può provocare indignazione, e sbirciamo gli occhi degli scrittori per capire se sono quello che scrivono o persone normali che fanno le cose normali del mondo come la cacca o l’amore. Io alla fine penso che sia vera la seconda. Perché ho puntato due volte sulla prima e ho sbagliato tutte e due.

Poi. C’è una storia. In questa storia c’è uno. Un ragazzo del Sud. Tra me e questo ragazzo del Sud c’era una storia, in sospeso. In questa storia in sospeso c’è un’altra storia in cui c’è uno. Un altro ragazzo del Sud, con cui c’è una storia, che è cominciata tanto tempo fa in un paese molto lontano e ancora non è finita. Poi. In questa storia c’è una ragazza del Nord. Che sta a sentire la storia dei ragazzi del Sud. Poi sorride, si accende una sigaretta e mi lascia dormire a casa sua.

La ragazza del Nord è molto bella, in tutti i sensi che esistono. Mi presta le scarpe, la stanza, il vestito, il bagno, il dentifricio, il letto, la compagnia, gli occhi del cane, lo spumante, il caffè, la ruota al muro, io non ho niente, solo due barrette di cioccolata. La tiro fuori dallo zaino e la mangiamo insieme.

Balliamo come quattro quindicenni, Rob s’incazza moltissimo e si mette a cantare. Io vorrei scrivere per terra “semel in anno licet insanire”, poi penso “al diavolo”. Sette canzoni su dieci sono brutte, due su dieci sono imballabili, l’altra è di Caterina Caselli. Ci metti niente a dimenticare le cose. Che se uno fa troppo lo schizzinoso poi non si diverte. E se uno ha paura di sembrare ridicolo poi non si diverte. Una cosa del genere me l’ha detta uno che conosco e io gli ho detto che ci avrei pensato. Poi non ci ho pensato più invece, l’ho capito quella sera il senso.

Il Piemonte mi aveva accolta con un tuono. Io per la disperazione ridevo. La mattina in cui sono partita, nell’ordine: ho maledetto l’alba che arrivava esattamente mentre io mi mettevo a dormire; ho ricacciato il senso di nausea nella profondità dell’anima (proprio così volevo scrivere: profondità dell’anima); ho cercato di ricordare quando fosse stata l’ultima volta che mi ero sentita così e l’ultima volta era stata sei anni prima, quando ero salita sul tavolo di un pub a ballare diosolosacosa; mi sono lavata mi sono vestita e ho giocato a tetris coi dodicimila libri e i settemila vestiti e le tremila scarpe che avevo in valigia e nello zaino e nella borsa: i momenti in cui capisco di essere una femmina e mi odio profondamente per questo.

Poi ho rischiato di perdere il treno, ho ringraziato tutti per tutto, ho fatto ciaociao con la manina, e mi sono seduta nella mia carrozza sicura che mi sarei addormentata subito. E invece ho letto un libro. Tutto.

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4 pensieri su “Piemonte (maggio duemilaedieci)

  1. Quella fermata in aperta campagna per minuti incalcolabili (e tu sei già in ritardo) per pendolari e studenti torinesi ha un nome: Torino Porta Pazienza! Volevo dirtelo perché potrebbe piacerti…

    Cercherò di esserci venerdì, perché ci sarà quella scintilla magico-adolescenziale di quando incontri qualcuno/a che “conoscevi” solo virtualmente. Cioè: una delle mie blogger preferite è i tuoni e i maledettalalba che scrive o fa anche la cacca e l’amore come me? (Ma non ti seguo alla toilette della Casa del Quartiere, giuro)

    • Eleonora, il tuo commento è stato tutto un sorriso. Spero tanto che riuscirai a venire e che avremo modo di scambiare due chiacchiere. :) Non essere timida, ti aspetto!
      P.S. Torino Porta Pazienza ha vinto.

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