Romagna (maggio duemilaedieci)

Sono le cose che accadono in fondo, quando abbiamo camminato abbastanza, o amato o scritto abbastanza.

Elena Stancanelli

Intanto passano le domeniche, come pesci. Cammini per strade che non conosci, non ti sai mai orientare ma stavolta sei giustifcata. Ci sono angoli e murali che impari di notte, di giorno ritorni, non sei da sola ma è come se. Una porta bianca con un vaso di fiori gigantesco e non capisci a cosa serva, ti chiedi dove conduce ma quando l’attraversi sei uguale a prima. Riconosci le vie, con stupore, con dolore, con aghi molli che attraversano il fiato. I ricordi sono assassini luminosi che provano a ferirti, ti fai coraggio: non tremi. Sai dove riporli, quando verrà il momento avrai unghie nuove e nuovi battiti e potrai guardarli con gratitudine e tenerezza. Adesso ti limiti a raccogliere pazienza, fai affidamento sulle ragioni degli altri, sulla lucidità dei pochi momenti in cui ti spieghi che la disaffezione è uno stato di grazia, che il tempo è servito alle distanze, che innamorarsi è come bere un bicchiere di troppo ad una festa, ballare ridendo e stare male il giorno dopo. Che tutto passa perché è giusto, stanchezza amore e ubriacatura.

Ho camminato tanto, ho preso treni, ho letto, ho imparato gli scaffali di una libreria nuova, che non mi piaceva, ho mangiato piadine romagnole e biscotti svizzeri, ho ballato, ho accettato inviti che non hanno avuto luogo, ho seguito l’odore dei conigli, ho comprato una borsa di plastica nera solo perché la ragazza che la vendeva aveva un accento diverso dal mio, ho ringraziato Daniela per avermi fatto sentire a casa, ho baciato mia sorella sulla fronte almeno un milione di volte, ho preparato un dolce al cioccolato per mangiarlo con quattro persone che non conoscevo e che non voglio dimenticare, ho abbracciato Ilaria per un regalo che non mi aspettavo, ho scritto, ho rimproverato il cielo per non avermi regalato calore.

Ma soprattutto ti ho incontrato di nuovo. In un teatro piccolo, familiare. Quella sera non avrei dovuto nemmeno essere lì. Poi un intoppo, un imprevisto dell’ultimo momento, un pretesto, una scusa, una catastrofe. Poi insomma, una coincidenza. Ti riconosco, non mi vedi. Ti guardo da lontano, ti guardo per un po’. Quando finisce lo spettacolo ti avvicino, ti sfioro la mano, sollevi lo sguardo, sorridi, mi chiedi cosa ci faccio qui. Mi trema la voce, mi vergogno, hai gli occhi piccoli, lo stesso sorriso di sempre, stai bene, ti vorrei abbracciare, sto bene, come un fratello, un amico, uno che mi cammina dentro ma senza sbattere i piedi. Mi dici che dello spettacolo non hai capito niente, non ho capito niente neanch’io, non parliamo il portoghese, siamo lì per vedere qualcun altro sorridere. Ci guardiamo tanto, non ci abbracciamo, parliamo, ci guardiamo a lungo, non sento la distanza, sei normale, sei finito e mi sei caro. Dopotutto avevamo ragione. Sarebbe successo. Incontrarci di nuovo, ma per caso. Che ogni volta che ci siamo dati un appuntamento è finita sempre malissimo. Non ha avuto bisogno di noi il destino, non aveva bisogno di luoghi o di orari. Ci siamo incontrati di nuovo, ecco tutto.

Avevo cominciato quasi subito a desiderare di andare via. Quando sentivo i pomeriggi allargarsi nella solitudine, quando aspettavo telefonate che non arrivavano, quando le nuvole hanno sgravato sul martedì gonfio delle nostre teste. Il giorno in cui sono partita non volevo andarmene. Avevo qualcosa in sospeso, nel cuore, non nella testa. Uno spazio verticale e scuro, una ferita che non volevo chiudere. Ho aspettato il treno, stanca, con la valigia serrata in cui erano lievitati le delusioni e il disincanto degli ultimi giorni. Dieci minuti di ritardo. Dove sarò domani.

Avevo deciso che non avrei più scritto. Mi sento scoperta e ho paura. Mi sento fragile, osservata, studiata come un animale impazzito. Avevo deciso di fare silenzio, per essere dimenticata ovunque. Ho sempre avuto paura di lasciare tracce dietro di me. Ho sempre voluto lasciare indizi di me, a volte raccolti, a volte amati, più spesso violentati.

Non è successo. Non può succedere.

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