Un concerto dai capelli viola

Intro

Alla stazione di servizio il tempo è uno schifo e probabilmente anche il caffè. Il mio amico amicissimo ma mica siamo amici mi lascia con Benedetto e mi dice: fate amicizia. E mica è un cane. E io, mica sono un cane. Però facciamo amicizia. Benedetto è carino e ha una maglietta a righe, i capelli arruffati e degli occhiali bellissimi. Io era un sacco di tempo che volevo scrivere la parola “arruffati”.

– Me lo ricordavo che avevi una Punto blu.

Altre cose.

– Non ti ho mai visto guidare la macchina.

– Eh, sei emozionata?

– Eh, un pochino sì.

*

E se non ci sono più biglietti?

Noi tre ce li abbiamo.

Secondo me non ce ne sono più.

E se non ce ne sono più?

Me ne vado al cinema da solo a vedere Shutter island.

Anche a me piace andare al cinema da solo.

Bello, potremmo andare al cinema insieme e sederci in due posti lontanissimi.

*

Ma siamo sicuri che è elettrico?

No perché se esce il mandolino io me ne vado.

Ma il mandolino è bellissimo, dai.

Io lo voglio elettrico.

Il mandolino?

No, il concerto.

*

Il concerto comincia con un’ora di ritardo. Nel locale c’è un caldo innaturale e cominciamo a spogliarci tutti di giacche sciarpine magliette camicie. Comunque vi volevo dire che l’ultima volta che sono venuta qui ci ho visto gli Afterhours e dopo un po’ che si saltava e si sudava dal soffitto venivano giù le goccioline del nostro sudore evaporato ed effettivamente faceva abbastanza schifo. E insomma, se a un certo punto vi sembra che piova state tranquilli che non piove.

Di preciso non so come fai. Quando sudi continui ad avere un buon odore. Hai la pelle umida di tossine ma sembri venire fuori da un lago fiorito. Chiudo gli occhi e mi avvicino e spero che non mi scopri. Il tuo corpo è felce e coda di pavone. Mi piace sentire l’odore che fai, come fai?  Il tuo odore è celeste, e verde, e io vorrei nuotarti dentro.

*

Scaletta

È elettrico e lei ha una parrucca viola tagliata male. Non balla nessuno, siamo tutti umidi e imbarazzati e abbiamo le borse che non sappiamo dove mettere. Io ai concerti non so mai dove tenere le mani. Con la borsa facciamo un po’ ciascuno io e Antonio. Ma con le mani, le mani me le devo tenere da sola.

(Io sono una che non si ricorda le scalette. Una volta sono andata a un concerto e mi sono portata un quaderno e una penna. Avevo diciassette anni e avevo paura di dimenticare le cose.)

Non ti racconto tutte le canzoni che ha suonato, ti annoieresti. Te ne racconto solo sei.

(Solo i numeri fanno sempre la differenza.)

Col nome giusto è quasi senza musica. E io mi ricordo che ti piace e ti vorrei chiamare per fartela sentire. E tu mi risponderesti con stupore, sentiresti chissà quale casino nel telefono e poi rimarresti in ascolto, riconosceresti la canzone e sorrideresti. Magari ti verrebbe nostalgia e chissà cosa ti farebbe ricordare e chissà dove scende la tristezza. E allora non ti chiamo. Non ti chiamo però ti penso fortissimo.

(Mi piaci, e lo sai.)

Nella sorpresa vengono fuori Lingua a sonagli e Vorrei dire. Se ti ricordi (ma sono sicura che non ti ricordi) queste le abbiamo sentite insieme quella volta che mi hai lasciato in camera mia con le candele accese e le gambe per terra. Quella volta che sei andato via e non sei tornato mai più. Ora non ho più diciassette anni e non ho più paura di dimenticare le cose, ma vorrei ancora un cuore cane bastardo.

(La lingua s’è sdraiata sopra i tuoi capelli, grido e ti metto in guardia ma ti ostini a non ascoltarmi.)

Non so come ho fatto a non pensarci prima. Venere è la canzone giusta per noi. Qui dietro finalmente si balla, noi ci dimeniamo tutti allegri e ogni tanto ci pestiamo i piedi e ci sorridiamo complici come se avessimo rubato quantità industriali di vasetti di marmellata. Qui dentro penso a chi non c’è ma c’è lo stesso, non so se mi va di parlarti adesso, adesso mi annoi, adesso voglio passare tutte le notti a ballare e non pensarti.

(La temperatura è salita vertiginosamente e tu sei a stomaco vuoto e quasi ti svengono le gambe.)

Fino all’ultimo non si commenta. Io urlo, tu urli, lei urla. Puoi prenderti tutto quello che vuoi è una dichiarazione d’amore e d’indifferenza.

(Se non c’è nei dischi non vuol dire che non esiste.)

Komm Wieder Komm Wieder Komm Wieder. Penso davvero che dovresti tornare. Vuelve, por favor. Torna o impazzirò. Torna. Torna. Torna. Komm Wieder Komm Wieder Komm Wieder. E se non mi basteranno i colori – Komm Wieder – dovrò dipingerti col pianto. E mi addormenterò sul tavolo, tutte le notti alla stessa ora, aspettandoti. Komm Wieder. E avrai pennelli infilati nelle maniche e risponderai ad ogni mia lettera. Vuelve, por favor. Komm Wieder. Komm Wieder. Komm Wieder.

(Komm Wieder.)

*

Coda

Rivestiamoci tutti insieme. Abbiamo sbagliato a non saltarci addosso quando avremmo potuto. (Ti perdono per le cose che non hai fatto, le tue mancanze sono le mie mancanze). Abitiamo un panino che siamo carne al suolo. Due birre, i centesimi nelle dita delle tasche. Un attimo ancora e ci abbracciamo, prima che ti faccia buio negli occhi. La notte dura sempre quaranta minuti almeno, poi sorge il caffè dal sedile posteriore e le tue domande assenti, povere di diottrie, invadono l’abitacolo della mia gola. Si apre la portiera ed entrano dalle tue mani bottoni di cioccolata, si affrettano con furia a ricoprirci i denti. Le ultime parole profumano di calore, sono i pensieri che ti riportano a casa guidandoti per gli ultimi chilometri.

Le due e mezzo del mattino.

2 pensieri su “Un concerto dai capelli viola

  1. Ogni volta che ti leggo provo invidia profonda a non aver scritto io queste parole che si seguono come pazze che litigano. In compenso però, m’ispiri un sacco. Io che per ora sono innamorata e scrivo solo stronzate, che le cose più belle me le stringo ancora nel cuore.

    Grazie sempre.

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