Insetti sinestetici per le mie gambe lunghe

Mi ricordo le api. Sciami d’api. La poesia nasce da un sostantivo che non c’entra un cazzo. Però riesci a farmi sembrare perfetta, nella bocca, e negli occhiali, nel corpo che lascia spazio ai margini, vai a capo, vai a capo che riesci a ritrovarmi. Bianca sotto inchiostro nero. Io pensavo che avrei saputo abitare il mondo. Poi la parola schizzata fuori dalla tua bocca mi ha cacciata come si cacciano le mosche.

Nathan che muore sulla sinestesia dell’odore verde, ma come cazzo hai fatto a non capirlo come mi sentivo? Come hai potuto non succhiarmi i nervi dalle dita? Io stavo nella tua bocca con l’indice e col medio e ti ostinavi a respirare, coglione, che cazzo respiri? Devi usare l’olfatto, la gola non ti serve, la gola si apre fino al petto, non è il momento per farsi domande, chiudi gli occhi chiudi gli occhi chiudi gli occhi così che ti batto meglio in cuore.

Cambiano le seconde singolari come le frasi tra una generazione e l’altra, tornano, tu torni, tutte le volte che te ne vai ti aspetto, l’ultima volta sono passati due anni, sei tornato, non ricordavo più chi fossi. Quando torni mi manchi.

Il dito unto di un bambino, mezza luna scura in cima ai denti, io col corpo capisco e se ho il corpo non mi serve altro, bastano queste unghie per scavarmi attorno e per scavarti addosso, i denti scuri per tirare a sorte la vita, e le occhiaie che separano il mondo dal mio mondo, femori elastici e ginocchia piene di vertigini, la tua fronte larga e quella bocca una volta mi ha morso e l’ho addormentata piano. Una volta soltanto.

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2 pensieri su “Insetti sinestetici per le mie gambe lunghe

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