Non si parla mica di letteratura

– Io sono la mamma di N.

La mamma di N. non è bellissima, ha gli occhiali spessi e una fascia tra i capelli crespi. Però mi piacerebbe pranzare da lei. Mi sistemerei il tovagliolo sulle gambe e chiuderei tutte le vocali per sentirmi a casa. Sorriderei molto e parlerei poco. Quelli che parlano troppo hanno più probabilità di dire scemenze.

Ecco, si abbassano le luci. Il ragazzo vicino a me ha una ragazza e tutti e due sembrano usciti da un film di Muccino. Mi chiedo perché in questa sala non ci siano vie di mezzo: signore ingioiellate e impellicciate con inutili volantini in mano, e gruppi di sedicenni fructis in jeans e adidas bianche. Poi ci sono io che sono venuta qui da sola (alla fine meglio così: meglio se queste cose le fai da sola oppure con quelli che sono come te ma non sei sicura di avere qualcuno proprio come te e quindi meglio se ci vai da sola) con una maglia verde e un fiore finto tra i capelli. Dietro di me c’è un ragazzo, è solo anche lui, ha i capelli cortissimi e la barba e io vorrei girarmi e chiedergli: ma tu sei come me? Però poi non lo faccio, mi vergogno io, ho paura di trovare qualcuno come me e in fondo penso che sarebbe un massacro.

Ecco. Ho davanti il mio passato. Lei ha i capelli lisci e lunghi e un vestito nero, entra col silenzio degli applausi e tiene in mano una borsa enorme e un lettore mp3. Quando la vedo non mi succede niente. E allora sorrido e penso che tra noi è finita, questa storia me la sono trascinata a lungo e la verità è che sei una cosa bella che mi è successa e non succederà più. Provo un senso di dispiacere e di gratitudine, sorrido e con la lingua sento il palato amaro.

La verità è che quando scrivi sei in mezzo a un deserto. Sì, hai letto molto, sì, hai parlato a lungo coi tuoi amici scrittori, ma quando scrivi sei da solo. Sei solo contro quelli che hanno scritto prima di te e sei solo contro quelli che stanno scrivendo come te. Solo, col bisogno di combattere, gonfio di rabbia per la storia che proverai a raccontare. E quando metterai l’ultimo punto penserai che non era quello che ti aspettavi. Ecco, qualcosa è andato storto, qualcosa è andato storto e doveva andare proprio così.

Davanti a me sei presente. Sei quello che voglio, sei la voce stridula, la gamba accavallata, la montatura scura, la mano intrecciata alla mano. Sei l’impulso nervoso che mi muove i gomiti. Quando ti guardo mi ricordo perché sono qui. Parli, io vorrei alzarmi da questa poltrona scomodissima, attraversare le dieci file di teste davanti a me, scalare quei tre gradini che ti fanno alto e onnipotente, guardarti gli occhi la bocca gli occhi e averti.

L’editoria è un incidente della letteratura. E scrivere è sempre una scommessa con il fallimento. Forse sarebbe meglio incontrarsi poco con gli altri scrittori. Noi invece ci incontriamo spesso, ma cosa credete, che si parli di letteratura? Ma nemmeno per il cazzo, si parla della macchina, si parla del sistema: e quello quante copie ha venuto? e l’editor ha lasciato quella copertina? e non si parla di Letteratura. Una volta mi hanno invitato a un programma televisivo e solo dopo ho scoperto che era un tranello, mi hanno detto si parla di Letteratura e invece poi si parlava della macchina.

Allora incontriamoci poco. E quando ci incontriamo parliamo di Letteratura. Leggiamoci le frasi ad alta voce così capiamo cosa funziona davvero e cosa no. Avviciniamo quella soglia di tollerabilità che ci tiene lontani dalle cose belle, dalle cose giuste. Non pensiamo alle virgole e ai punti, non pensiamo alla parola sbagliata. Pensiamo a tutto il resto, pensiamo alla storia. Cerchiamo di non essere volgari.

(Nella seconda parte di questa storia io aspetto che si riaccendano le luci e ti avvicino. Mi sono preparata sull’autobus: frasi concise e dirette: quanto tempo potrai mai avere per me?

– Ho letto il tuo libro a voce alta in Piazza dell’Esquilino.

– E com’è finita?

– Eh, con le formiche non è mai finita.)

Nella seconda parte di questa storia è finito tutto tranne quella cosa che ti fa tremare le gambe. Quella che hai paura ma lo vuoi lo stesso. Che dici chissà che succede, chissà se sopravvivo, chissà se sono abbastanza. Che t’eri preparata il discorso ma mentre parli ti senti una deficiente. Che hai pensato meglio improvvisare ma mentre parli pensi che avresti dovuto preparare un discorso. Quella cosa che la testa dice che non dovresti ma lo stomaco dice guarda che qui si allevano farfalle, eh. Quella cosa che non fai che pensarci tutti i giorni. Quella cosa lì, com’è che si chiama?

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