Le rose, i tulipani e i nostri fantasmi

Le rose chiuse come mani che ti chiedono dove stai andando, e che cosa vuoi da me, e che cazzo stai dicendo. Le rose con le parole sporche sulle labbra. Coi petali invecchiati dalla riscoperta delle tue corde vocali. Le parole sono vermi che si arrampicano sullo stelo e lo stelo è la tua colonna vertebrale ricoperta di spine. Io ti colgo con le braccia, dal giardino che porta incubi e concime naturale per diamanti.

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Non sai di preciso quale rotta ha seguito la tua schiena rotta mentre sbatteva per i discorsi e sul cavalletto hai un quadro che non dipingerai mai più. E martedì dove si va, tu come ti vesti, io come mi spoglio, se vogliamo i travestimenti perché dentro ci cambi qualcosa, se abbiamo bisogno di prendere tutto e andare a Venezia − tutto lasciando tutto − a stappare la bottiglia dell’entusiasmo e festeggiare in strada con una scarpa sola.

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Io che stanotte sognerò di sposare Fernando solo perché mi riempia la casa di colazione e biglietti e tulipani. Stanotte Fernando mi accompagnerà a fare la spesa con un furgoncino blu mentre mi recita l’ottava in cui Orlando scopre che Angelica sta con un ragazzetto sbarbato che sembra pure un po’ finocchio. E mi scriverà su fogli gialli che in città c’è penuria di case, se ho voglia di andare a vivere con lui, e io ho voglia: di andare a vivere con lui.

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Apri la portafinestra per fare uscire il fumo storto di questa giornata. E cerchiamo un modo per impiantare un verme geografico a tutti i nostri fantasmi.

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