al titolo pensaci tu che non ho voglia

Quando pensi a liberarti pensi subito alle catene: anelli di metallo, ma le mie hanno aste ascendenti e discendenti e note sovrascritte dai liberti. Avrei voglia di slegarmi le caviglie dalla sedia. Correre. Non corro mai, non ho mai corso fuori, le mie gambe sono punzoni cerebrali che impilano caratteri in una pagina di venti secondi. Dovremo cancellare tutti i voli prenotati per i prossimi tre anni. Dovrò aspettare di tenere di nuovo in braccio un cane di due settimane per capire se potrò mai essere all’altezza di una madre. Baciare di nuovo una bocca per la prima volta  per sentire da che parte soffierà il vento. Dovrò aspettare di nuovo per sempre.  Avrei voglia di sciogliermi le caviglie dalla seta. Dovrò tenere insieme tutte le tue parole parallele alle mie, farle stare male in piedi come un sacco vuoto di iuta. Le nostre parole che non si incontrano mai, le nostre parole che tendono all’infinito. Preparerò due cioccolate per scaldarmi le mani col fiato del cacao, le berrò da sola in una stanza senza musica e proverò l’incoscienza di sentirmi felice.

Ora qui che c’è? Dispense d’autore e la critica degli scartafacci di quelli che sognavano gli occhi originali e invece disegnano stemmi sterili che non portano a niente. Io e te. E il nostro archetipo perduto per mano di chi non ci capiva. Le nostre frasi scritte male per poterle leggere solo noi. La notte fredda in cui abbiamo partorito la prima plurale non abbiamo nemmeno provato dolore. Ci sentiamo in colpa per colpa del destino, usiamo la prosopopea per addolcirci le mani di paraffina. Avrei voglia di sciogliermi le caviglie dalla sera. Correre. Andare sulla Tiburtina a vedere i coccodrilli che tirano coriandoli sulle principesse.

E se sono brava abbastanza recupero seicento testimoni della commedia dantesca e m’illudo di saperne qualcosa. A trentasette anni muoio in un incidente stradale mentre davanti agli occhi mi passano Caronte, Cerbero e Ulisse. Le cose che leggo mi trasformano e non te ne accorgi. Che da quando sei qui ho virato il colpo. Dedicherò i miei successi ai miei mariti inesistenti, li chiamerò per nome, me li porterò a letto, li bacerò e piangerò per loro. Ed è quasi quello che faccio con te. La strada che dovrai seguire per raggiungermi non è tracciata su nessuna mappa e io lo capisco se non hai voglia di giocare a Indiana Jones. Assomiglierò ai sogni che fai, avrò binari aperti sulla faccia, coprirò ogni distanza col rumore dei metronomi per non farti pesare le assenze, riparerò le tue fragilità con una gomma da masticare che non tiene e dovremo incollare insieme i pezzi per ricominciare a farci male.

Ma non ti preoccupare, il tempo passa il tempo, nella staffetta che ci tiene schiavi e fratelli, nessuno ci racconta mai del premio, se c’è una cosa che non devi fare è chiederti se sei pedina o scorpione. Il tempo comunque sistema i ricordi nello scompartimento guasti irrimediabili. Se riesci a camminare senza un braccio, senza una gamba, senza qualcosa si può comunque sopravvivere. Io, da qualche tempo, per esempio, colleziono biglietti dei viaggi che non ho fatto, ne ho un cassetto pieno, un giorno dovrai vederli, stanno insieme ai libri che non ho mai scritto e alle preghiere che non ho recitato. Se sarò abbastanza grande da avere dei rimpianti li chiamerò col tuo nome e assomiglierò a mia madre.

Intanto resto inerte come un mutilato, questa storia l’hanno già scritta, dentro sono un manoscritto senza i fascicoli centrali, ho la numerazione falsata, il tipografo mi ha incollato al contrario, centododici refusi su quarantotto righe, senza sovraccoperta per patire il freddo, non ho frontespizio perché non sono finita, mi manca il colophon perché non esisto e tu mi stai ancora a sentire mentre finisci l’ultima sigaretta di questa sera, ché il tabacco ti è finito e si chiama Virginia, mentre io sono solo Maria.

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