Giacomo.

Giacomo e io qualche volta dormiamo assieme.

Giacomo e io non stiamo assieme. Quando dico che dormiamo, dormiamo. Non facciamo mai l’amore. Ci teniamo stretti, ci abbracciamo, ogni tanto ci baciamo le guance, però non facciamo l’amore.

Ieri sera mi ha chiesto perché. Mi ha detto: secondo te perché abbiamo bisogno di dormire assieme ma non abbiamo bisogno di fare l’amore?

Perché starci accanto è già abbastanza. Perché se i nostri gomiti si toccano non c’è distanza. Perché siamo cerebrali, e da qualche parte sicuramente le nostre teste stanno facendo l’amore. Il corpo, il mio corpo e il tuo, no. Il mio corpo e il tuo non sono stati immaginati (pensati, creati) se non per questo: abbracciarsi (è terribile: non capirsi e abbracciarsi: è terribile quanto: capirsi e abbracciarsi).

Giacomo. La sua vita è tutta dentro. Potrebbe non uscire di casa per giorni: il mondo esterno non lo sente. Ha così tante parole nella sua testa che il resto non gli serve. Legge molti libri e quasi tutti al buio. Ascolta la musica classica, ha anche provato a suonare ma il pianoforte gli scappava dalle dita. Guarda fuori dalla finestra il volo degli uccelli e sembra il solo che ne capisca il disegno.

(Io una volta ho guardato una mosca per dieci minuti, segnava traiettorie trapezoidali per la stanza, era fuori di sé. Dopo mi sentivo triste. Mi sentivo un insetto con le ali sporche che non sa da che parte sta andando.)

Giacomo ha un taccuino su cui segna le frasi più belle che legge. Ha questo diario pieno di citazioni che impara e memoria e poi le rimaneggia e le mette nelle sue poesie. Le sue sono poesie bellissime, e se non sei  bravo, se non sei attento, non cogli tutte le note, non riesci a leggere tutte le tracce.

Giacomo mi aiuta. La sera, prima di metterci a letto, mi mostra le cose che ha scritto. Io resto qualche minuto a guardare la sua calligrafia (incantevole). Poi mi divido gli occhi e vedo queste pagine tutte annotate (tutte annodate). E mi dice, leggile a voce alta. E quando comincio a leggere lui chiude gli occhi, mi segue con le labbra, io lo guardo, io non smetto un momento di guardarlo. Sì che avrei voglia di baciarlo, però non lo faccio.

Ci spogliamo in bagno. Prima io, poi lui. Poi ci mettiamo a letto e ci teniamo le mani. Non ci diciamo niente, ma lo sappiamo che soffriamo. Non sapremmo spiegarlo, perché. Io tengo il mio ginocchio nelle sue gambe. Sento il calore delle vene. Ci incastriamo in un modo che solo i fratelli, o gli amanti, conoscono. Non ci serve altro, davvero. Non ci serve sapere perché stiamo bene insieme quando stiamo così. Non ci serve riempire i silenzi. Non ci diciamo mai tutto. Sarebbe bello dirsi tutto, ma abbiamo paura. Non sapremmo dire, di cosa. Abbiamo le vite precarie. Quando dormiamo insieme non facciamo l’amore e forse sbagliamo. A me questo non interessa. A me questo, adesso, non interessa. Vorrei dirgli delle cose ma non posso. Questo silenzio che ci sovrasta entrambi ci avvicina in un modo che spaventa. Lui dorme. Io gioco col suo indice. Io se potessi fermerei il tempo adesso: adesso (adesso). E ci provo, chiudo gli occhi, li stringo fortissimo, esprimo i desideri ma Giacomo non c’è.

2 pensieri su “Giacomo.

  1. sai … mi spaventa questo che racconti.
    Perchè io l’ho avuto per un po’.
    tre anni fa.
    poi è cambiato. Io sono cambiata. io sono andata avanti, ho smesso di avere paura (io avevo paura, non dico di Giacomo e di te) , le cose sono cambiate, siamo diventati amanti, io ho continuato a camminare e lui no, io ho chiamato le cose con il loro nome e lui no.

    Forse, se lo avesse fatto anche lui, ce ne saremmo accorti prima che chiamavamo le cose con nomi diversi. E dare il nome alle cose significa renderle reali. E diverse, in certi casi.

    Mi ha spaventato leggere, e al tempo stesso l’ho trovato bellissimo, come un vecchio amico che si incontra e con cui si può stare senza parlare. In questo caso, anche se uscissero, le parole non cambierebbero nulla.
    Un abbraccio

  2. Monicabionda, grazie per il tuo commento. L’ho sentito vicino. Proprio vicino.
    Mi sa che succede spesso: a un certo punto si comincia a dare alle cose un nome diverso (“diverso” ha la stessa radice di “divergenza”: e mi sembra l’inizio di ogni conseguenza).
    E’ vero che nominare le cose significa renderle reali. E’ vero che a volte il silenzio vale di più. (Il mio dubbio è che a volte il silenzio sia solo un’illusione.)
    (E da ora in poi ti seguirò sul tumblr, cara.
    Ti abbraccio sinceramente.)

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