Un segreto che tengo per mano #3

Non è cambiato niente, quando ti ho incontrata.
I lampioni continuavano ad accendersi alle sei,
la ruota panoramica continuava a girare,
i miopi continuavano a portare gli occhiali,
i cani abbaiavano come sempre,
i bambini piangevano per lo zucchero filato,
non è cambiato niente.

Solo che mi eri cresciuta dentro al petto. Solo che non lo sapevamo, solo che non era razionalmente possibile, e io e te siamo insieme solo da un mese (sì, io e te) (sì, insieme) (sì, solo da un mese).

Non è cambiato niente quando ti ho incontrata
avevo gli occhi come mele mature
pronti a cadere per te.
Fuori il mondo era sempre uguale
sempre bianco sempre
reale sempre bugiardo solo che
in mezzo all’improvviso c’eri tu.

La stazione di Vienna è così perfetta che sembra una torta di compleanno, con la neve di panna e il freddo del gelato. Arrivi che hai cappotto nero, sciarpa bianca, occhi di cioccolata, sei la decorazione perfetta sull’ultimo strato del mio desiderio.

Non ci diciamo niente, certe parole le abbiamo lasciate sugli oltre cinquecento chilometri di sedili che abbiamo attraversato, altre le abbiamo messe in tasca col blocco tasti perché non fuggissero fuori dalle nostre bocche. Nelle nostre bocche invece ci infiliamo un sorriso sotto zero ma quant’è caldo, cazzo, quello che viene fuori dalla tua faccia.

Ti chiedo come stai, per cominciare le cose, un sociologo diceva che è solo un aggancio per la conversazione e la risposta di solito non la sta a sentire nessuno e in linea di massima la risposta comunque è sempre, bene, hai mai sentito qualcuno che dicesse sto male grazie e tu?

(e spero sempre che attraversi le mie frasi, perché questa storia del sociologo volevo risparmiartela, chiederti com’è andato il viaggio o se sei stanca o altre cose inutili e noiose. Ti vorrei dire solo
ti va se ci abbracciamo?
Almeno un poco, almeno un altro mese,
almeno la vita intera, ti va se stiamo qui
tutto il tempo
su una panchina viennese
a farci consumare − il mare nelle ossa −
− intrecciati dentro − dallo stesso vento?)

Sei carina, no che cazzo dico, sei proprio bella, sei proprio bella, cazzo. Parli con un accento che un poco mi confonde, mi piace proprio tanto, mi piaci proprio tanto, ma quanto mi sento coglione, e con questo freddo avrò la faccia rossa come un peperone (e per la tua presenza). È: non riesco a scollarmi dagli occhi la tua bocca, tu parli e io vedo solo il movimento, la voce non arriva, andiamo via di qua, ti porto da una parte, ti porto da qualunque parte, la voce non arriva, lavocelatuaboccalamiaboccalatuabocca la tua bocca poi mi chiede,
ma va tutto bene?
E io rispondo Sì, ma non ti trovo le mani, dove hai le mani? Perché le tieni in tasca?
E tu, Vuoi proprio saperlo?, mi dici.
E io, Voglio proprio saperlo?, mi chiedo.
“Sì” non faccio in tempo a dirlo che tu le tiri fuori e stai tremando.

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