due tempi, un viaggio, una nota

1. andata

Io e V. abbiamo fatto il viaggio assieme. Lui a dire il vero aveva un po’ bevuto. Mi ha raccontato un sacco di storie più o meno d’amore. Cazzo, io mi sento proprio come te, gli dico. E lui ogni tanto si lamenta, stende le gambe sul sedile, appoggia la testa al finestrino, mi guarda e solleva le sopracciglia come a dire, Che ne sai ancora tu del mondo. E invece mi chiede solo se ho una sigaretta. Qui non si può fumare, gli ricordo. E lui alza di nuovo le sopracciglia ma stavolta vuol dire, Maledizione, è vero.

Fuori c’è tanto verde che non l’hai visto mai nemmeno nella scatola di tempere di Giotto che ti compravano alle elementari. Accanto a noi due ragazzi dormono tenendosi per mano e lui mi racconta di quella volta che stava per baciare la morte in bocca e alla fine se l’è cavata con un po’ di colite. Io non capisco bene il nesso, ma non dico niente. Lui chiude gli occhi e dice, È sempre colpa sua. Io stavolta capisco e gli dico che è vero e penso che comunque uno non può farci niente perché magari un giorno stai bene e il giorno dopo sei innamorato e non sai com’è successo. La verità è che io in questo viaggio non parlo mai, mi limito ad appuntare delle cose sull’agenda, e poi quando V. finisce di raccontare spengo il lettore e chiudo gli occhi.

2. ritorno

E io sono tutta concentrata a cancellare vecchi messaggi dal telefonino. Vicino a me si siede questo tizio che lo vedi lontano un miglio che s’è magiato il cervello a cena. Parla col suo amico immaginario e gli dice: “Io vivo in Germania. Salsiccia”.

Io vorrei parlargli e invece non gli parlo perché se succede qualcosa poi i telegiornali dicono che ero una ragazza sorridente picchiata in modo brutale e in tv mia madre piange tenendo in mano una fotografia. Quindi sto zitta insomma, che comunque è una cosa che mi riesce bene.

Lui, tanto, ha il suo amico. “Iò mi scantu”, gli dice. Che vuol dire che ha paura. E a quel punto qualcuno gli chiede: “Di chi?”. E siccome sento la domanda mi chiedo se io e questo tizio per caso non abbiamo lo stesso amico immaginario. Dopo si gira verso di me e mi chiede: “Sei andata al concerto di Laura Pausini? E di Tiziano Ferro?” e io d’istinto vorrei dirgli, Piuttosto la morte, e invece non gli dico niente. Intanto lui va distribuendo Buongiorno e Vaffanculo a destra e a manca. E quando si gira di nuovo mi fa: “E Marco Masini?”. Senti, io non sono un’esperta di musica ma magari qualche cd te lo passo lo stesso, vorrei dirgli, e invece non dico niente. “Sei una stronza!”, sbotta. E cazzo, c’hai ragione, questa me la sono proprio meritata, no, davvero, tranquillo, anch’io al tuo posto mi sarei data della stronza.

Il fatto è che dopo un po’ mi dice ,”Tu mi ami”.  E io in realtà vorrei dirgli Non penso proprio, però, se ti va, d’amore possiamo parlare. Invece passa uno che attira  la sua attenzione e il mio amico gli urla “Buongiorno!”. Poi lo guarda meglio e gli fa: “Ah, ma sei rumeno? Peccato. ‘Sti rumeni. Io se vado in Rumènia  i rumeni mi sminchiano*”. E sputa sonoramente a terra due volte. A quel punto la stronza si rassegna e se ne va.

*sminchiare: picchiare, deturpare, ferire.

nota

in macchina mio padre dice che di lui se vuoi puoi prenderti tutto, l’importante è che non lo prendi per il culo. E io penso che, cazzo, sono come lui ed è un problema. poi non so perché in macchina mio padre si mette a parlare di bologna.

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