E il ventiquattro dicembre ti sei messa a scrivermi una lettera

E il ventiquattro dicembre ti sei messa a scrivermi una lettera che in buona sostanza diceva che mi odi. E’ stata una cosa inaspettata, e non penso proprio che posso definirla un dono. Hai scritto un sacco di frasi senza senso, tipo che non ti presto mai attenzione, che non ti prendo mai sul serio, che non provo nessun interesse per quello che sei, che ti uso e basta, che mi servi per affinare l’ego, che sono un insensibile travestito da supereroe. E poi te la sei presa con quello che faccio, mi hai dato dell’impostore, del saltimbanco da quattro soldi, dell’affabulatore. Sei arrivata a dirmi che mi masturbo con le parole.

E hai tirato fuori anche quella storia del vampiro, una roba che non ho capito proprio che diavolo volessi dire. Hai scritto solo questo: “Tu sei un vampiro della mente. Col fascino e il sesso e tutto il resto. Tu aspetti il momento giusto. E nel momento giusto sgusci i canini dagli occhi e li lasci affondare. Tu mi saccheggi il sangue, e prima di me l’hai saccheggiato ad altri. Tu trasformi in collo tutte le parole e ti abbuffi ingordo di sospiri”. Io non capisco che vuol dire. Tu se vuoi maledirmi devi farlo con parole semplici. E soprattutto dovresti sapermi spiegare perché.

Oppure quell’altra idea assurda secondo cui io ti cercherei e fuggirei a comando. Scrivi: “a comando della tua fottuta vanità”.

E alla fine da qualche parte trovi anche il fegato (e i reni e polmoni) per scrivermi “Io la prima volta che ti ho letto era novembre, e tu mi avevi scritto per mettere una freccetta sui cerchi colorati della tua stanza. Oppure una stanghetta verticale e storta sulla vernice secca del bagno. Io ero un segno che non poteva restare, una macchia, uno sputo, una stella che rovina una costellazione. Io dovevo sparire come succo gastrico in coda al gabinetto”. Io a questo punto dovrei solo alzarmi da questa poltrona e bestemmiare con lentezza. Io non capisco cosa ti aspettassi. E poi questa cosa del succo gastrico fa schifo, io non pensavo che scrivessi anche roba del genere. Io ti ho vista sempre paziente, e sensibile. Eterea anche, e profonda. E pensavo che tra noi ci fosse stima reciproca. Che mi stimassi, davvero. Che ti piacesse parlarmi. Che ti piacesse farmi da spalla. Che fossi qui per ascoltarmi.

“Tu non hai mai capito un cazzo.”

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