rabbioso fango disordinato in prosa

C’è gente che spera, annaspando in venti centimentri di fango, con i piedi di gomma e di plastica dura. Ma che cazzo speri, ventidue sono già morti, i loro cadaveri recuperati chissà dove, incastrati in una macchina, trascinati da un torrente nero e denso, una mano spuntava da un quintale di cemento ammassato in strada. Non c’era più, la strada.

Un bambino gioca in balcone, un tuono, alza lo sguardo, il cielo è nero, due gocce di pioggia gli bagnano la fronte, poi altre due, poi sempre di più, finché non crollano tutti, i giochi e il suo balcone.

In una fotografia c’è qualcuno che prega, in tv tutti si arrabbiano, piangono, s’indignano. Una ragazza, disgustata, chiude la mano e dice “ma quali voti?” mentre quelli che i voti li hanno presi eccome dicono non potevamo fare niente, dicono non abbiamo soldi a sufficienza, dicono non potevamo sapere. Ma che cazzo non potevi sapere? Ti è stato affidato il compito di governare una regione, una provincia, un paese. Chissà se ci pensi che la responsabilità è anche un po’ tua mentre appoggi il tuo culo su una coperta di lana merinos e fissi una cornice da mille e ottocento euro attaccata alla parete.

Due vecchie parlano, nel guscio chiuso di una stanza mentre fuori infuria tempesta. Si dicono in un dialetto stretto che per fortuna loro sono al sicuro. Al sicuro.

Il telefonino non prende, perché nel 2010 ci sono ancora posti dimenticati da tutti dove non è stato possibile installare un ripetitore. Ci sono villaggi isolati, perché nel 2010 ci sono ancora villaggi isolati, posti dove passano due autobus al giorno e non ci sono più panifici, botteghe o farmacie. Non c’è niente in quei posti, solo silenzio, pezzi di terra coltivati a patate e pomodori. Ma c’è qualcuno che vive, in quei posti, e la sua vita non vale meno della mia.

Una donna che prepara un’insalata, due cotolette, il marito fa una battuta lei ride e le scivola il coltello dalle mani, si china per prenderlo e non si rialza più.

Chissà se Simone lo immaginava. Chissà se nel momento in cui ha realizzato di essere in salvo ha pensato che tutta la sua vita era intrappolata da qualche altra parte. Chissà se ha pensato che senza di loro era un ragazzo finito. Chissà se ha pensato che poteva pure non uscirne più. Otto vite in cambio di una.

(Io soffro di cattiva espressione emozionale. Mentre sul mio social network del cuore i miei amici esprimo solidarietà alla vittime del nubifragio io non riesco mai a condividere. Perché mi sento in colpa. Io, da qui, come posso esprimere solidarietà a qualcuno. Un clic non mi aiuta a pulirmi la coscienza. Io vorrei scacciare via questi ultimi giorni con un gesto facile della mano. Ma non posso.)

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Un pensiero su “rabbioso fango disordinato in prosa

  1. che tristezza infinita prima l abbruzzo ora questo…come si puo
    continuare a fare la solita vita sapendo che c’è gente che non ha piu una casa….una famiglia….un sorriso.
    domani è un altro giorno si spera meglio di quello precedente…ma a chi voglio darla a bere.

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