predestinata

non lo so dove mi trovo, come mi sento ritagliata in questo spazio. non so se finiranno il giro questi occhi intorno al mio corpo che mi mordono le braccia e sputano il boccone. qualcosa affiora, piccoli gridi nei sogni che faccio, quando guardo le mie vecchie barbie e piango tenendole in mano, mi accarezzo la guancia coi loro capelli duri di nylon mentre vorrei abbracciare mia sorella. la verità procede per immagini nei pezzi rotti della mia testa, fessure come vagine di terracotta tra le pareti del mio cranio opaco lasciano lo spazio necessario a un gocciolare scolorito di parole. un tubo sporco dai miei occhi alle unghie ai tasti insoliti e lucenti della mia masturbazione ideale trasporta istinti che non riesco in nessun modo a detonare. è il presagio di un soggiorno infernale, pochi giorni a caro prezzo nel favoloso mondo della dipendenza e dell’anestesia. e poi uno più lungo, un dolore di ritorno, come quelli che sapevano scrivere e ora non più, come quelli che sapevano leggere e ora non più, come quelli che sapevano amare e ora non più. mesi sordi confezionati apposta per seccarsi al sole di luglio, in una stanza condizionata a venti gradi per sudare il meno possibile, per imperlare di acido il meno possibile la spugna elastica che mi contiene il braccio. e poi qualcuno che verrà, aprendo la porta, scartando di bocca un sorriso, si fermerà mezz’ora con le chiavi in mano, sono venuto a vedere come stavi, facendomi credere che va tutto bene mentre la gratiduine ossigena le mie vene. la verità è una ferita che all’improvviso sanguina e non ti ricordi dove hai sbattuto. mentre il chirurgo ti tiene per mano pensi solo che vorresti scappare e gli dici ho paura, mi tremano le gambe e lui sorride, ti dice stai tranquilla, è solo il desiderio sessuale e tu non capisci la battuta sorridi e guardi l’orologio perché quando sarai sveglia capirai quanto ci ha messo ad aggiustarti quella parte rotta di te. quando ti svegli pensi che non avresti mai voluto addormentarti, cominci a inghiottire saliva immaginando che tua madre sia accanto a te a dimenticarti ogni tormento. senti e non vuoi un’infinita nostalgia di tutto quello che faresti se fosse maggio e fosse sabato e fossi a casa. e lo stomaco si svuota vuoi mangiare ad ogni costo e ogni boccone è un abbraccio che non puoi dare, e lo ingoi per dimenticartelo, per mandarlo nel tuo corpo da qualche parte, da qualche parte lontano dal cuore. e mischi cose che non c’entrano niente secondo nessuna arte culinaria, è solo un bolo clinico che scende e guarisce, scende e guarisce mentre in tv la ragazza della pubblicità si prepara alla prova costume e tu ti ricordi che non succederà stavolta e ogni boccone è un giorno di mare a cui dovrai rinunciare. è una cosa che non si capisce — non-colazione, non-pranzo, non-cena — questa è la volta in cui tu sei seduta a dimenticare tutte le cose che avresti voluto.

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