Primo maggio

Tramonta Roma su piazza san Giovanni

sorretta da mille e seicento milioni di mani

in distorsioni elettriche e impulsi

di polsi che si agitano e si toccano

e si aprono e il palco è rosso

come le bandiere e cola nella bocca

di legno lucido della chitarra

e riluce un suono dalla cassa

dell’intestino

mentre uno alza la gamba

e oltrepassa un paio di ginocchia

sedute in terra abbastanza sfinite.

Ci sono in mezzo occhi duri che si baciano

sotto i cappelli di paglia della gioventù proletaria

che ieri per l’occasione ha fatto spese

nei negozi di via del corso, con le buste piene

i Ray-ban delle bancarelle indiane.

Una serie di accenti meridionali

sfibrata come un codice genetico

si avvolge all’asta dei microfoni

e i denti sconvolgono la bocca

le corde strappano note tutte intere

ne fanno mezzo e mezzo, cose

scollate che non puoi riattaccare.

La mia generazione scopa sugli striscioni

colorati a spray, ripiegati nei vagoni della metro

con le canottiere più strette di una taglia

e tagli secchi sulle sopracciglia.

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