facciamo un gioco

…allungando i miei. Perché serve sempre un carnefice e qualcuno che si prepari al delitto. Serve sempre uno squilibrio, una rottura che possa stabilire dei ruoli, indispensabili giochi delle parti. Qualcuno che attende, qualcuno che dimentica, qualcuno distratto, qualcuno ossessionato. Un prigioniero, un carceriere. La disparità è necessaria al confronto.

Un gioco che da bambini era: facciamo che io sono la parrucchiera e tu ti devi tagliare i capelli; facciamo che tu ti senti male e io sono il dottore; facciamo che tu sei la figlia e io ti devo dare da mangiare.

Il gioco è sempre lo stesso. Facciamo che tu hai bisogno di me e io ti dimentico. Facciamo che mi porti a cena fuori e io ti lascio. Facciamo che mi scrivi e poi aspetti. Facciamo che ti scrivo e poi mi scordi. Facciamo una storia. Facciamola, come un bambino. Facciamo la nostra piccola opera. Facciamo l’amore. Facciamolo con le parole. Facciamo che mi vieni a prendere in camera e mi porti soltanto in giardino. E in giardino dai i nomi ai fiori, alle piante, in giardino mi dai un nome. Cominciamo dall’inizio. Cancelliamoci i secoli dalla bocca, col dorso asciutto della mano. Siamo io e te al rovescio. E un cielo nero di notte.

Finora la mia mano ha partorito sempre timidi aborti rossi.

2 pensieri su “facciamo un gioco

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