Perché da sola la casa si allarga il mezzo metro di spazio tra la cucina e il bagno diventa ampio e contiene tutti i rumori i liquami di questi giorni verde pistacchio la tv a bolle dentro la casa del Grande Fratello quello che capita fuori, quello che capita fuori dalla mia vita è uno specchio rotto o carta stagnola, l’involucro unto di un preservativo usato.

E questa, invece, questa è una di quelle sere in cui spero che da un momento all’altro qualcuno bussi alla porta. E che mi dica: ma non ti sei ancora stancata? sarà la dodicesima volta che ascolti sempre la stessa canzone. No, gli direi, cerca di capire, è l’unica cosa che mi faccia compagnia, vuoi entrare? E lui entra, gli offro un bicchiere di vino in un calice che ne esalti la corposità e l’essenza. E così cominciamo a parlare. Ti dispiace se fumo? Fai pure, ma non ho il portacenere va bene lo stesso un bicchiere di plastica? E mi sorride come se volesse dire, sì, certo che sì.

Nonostante il cuore infranto, sarà la dodicesima volta che Morgan ripete questa canzone, in loop come la mia gigantesca sfortuna. Faccio un minestrone, per cena, delle volte in cui mi sono sentita a pezzi, come le carote, delle volte in cui mi sono sentita stanca, schiacciata dal peso insostenibile del cielo, e le volte in cui ho pensato “che palle, un’altra giornata di merda”, le parole abbandonate a manciate come il peperoncino, e le volte in cui ho desiderato addormentarmi (per mesi, per anni) e risvegliarmi a luglio.

Parliamo per tutta la sera, per esempio della primavera, per una volta prendo una sigaretta, non ho impegni sentimentali e lui nemmeno, sembra tutto perfetto. Poi il vino si rovescia, sul copridivano chiaro, e prendo un panno umido, non so che voglio fare, mi togli tutto dalle mani, mi togli tutto dal corpo, mi togli la paura, il senso di inadeguatezza, ci rovesciamo sul vino, sul cotone elastico, sentiamo tutti i tessuti, tutti i rumori.

Ho appena detto a Mauro che lo spazio si vede solo quando è vuoto. E io ho talmente tanto spazio attorno che la mia sedia sembra un precipizio. Quello che mi sostiene sono in realtà le ginocchia e se scrivessi un libro il titolo sarebbe infatti l’anima delle ginocchia. Eppure so che un giorno mi tradiranno le cartilagini, cadrò bionda come una bambola di plastica, rotta nell’anca, l’osso del collo, tutto. Intanto ho tanto spazio tanto.

L’amore. Le tue spalle di quercia oppure l’odore delle tue braccia, pungente d’autunno, l’acido dolce del tuo collo, la nuca scoperta come il fianco, i muscoli contratti, il movimento marino del tuo corpo, la mano d’orco, la favola incantata delle tue caviglie, la tua voce bisbigliata, le sillabe pronunciate dalle mani, le dita risucchiate nella bocca ma più di tutto i tuoi occhi a fissarmi come preda di una vertigine.

A passeggiare il giorno, stavolta, avrei portato uno sconosciuto che potesse riservarmi una sorpresa. Un coniglio di cioccolato, oppure, recitare a memoria una poesia.

Un pensiero su “

  1. E bello restare abbraciati in questa stanza vuota,
    illuminata da un bicchiere di vino su un divano chiaro
    riscaldati dai nostri corpi, che si tengono stretti dimenicando un “assurdo amore”,almeno per per pochi istanti…

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