Giacinto

Giacinto impiccato alla veneziana

gocciola bene stanchezza in questa

posizione vaga della sera.

Gli occhi modificati al sentire

meno gelo, più rossore

nel culo tinto di infiammazione

del cielo, una tubercolotica

anomalia intreccia al mio

il suo destino il collo

in posa da giraffa plastica

per lo scatto del prossimo fotografo.

Muoviti adagio, coraggio,

le luci non le vedi della città?

sono bianche, gialle, sono nere

e dure, sono supine, mento alto

zigomo robusto del lampione.

E’ vanesia la scoperta di questa sera,

è il nome molle di una donna

che si disegna nello specchio

o polvere di neve

sopra la veneziana.

Un pensiero su “Giacinto

  1. Dall’immagine tesa
    vigilo l’istante
    con imminenza di attesa
    e non aspetto nessuno:
    nell’ombra accesa
    spio il campanello
    che impercettibile spande
    un polline di suono
    e non aspetto nessuno:
    fra quattro mura
    stupefatte di spazio
    più che un deserto
    non aspetto nessuno:
    ma deve venire,
    verrà, se resisto,
    a sbocciare non visto,
    verrà d’improvviso,
    quando meno l’avverto:
    verrà quasi perdono
    di quanto fa morire,
    verrà a farmi certo
    del suo e mio tesoro,
    verrà come ristoro
    delle mie e sue pene,
    verrà forse già viene
    il suo bisbiglio.

    Clemente Rebora, 1920

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