Va, che forse un po’ ce l’abbiamo fatta!

E così oggi ho fatto una chiacchierata col libraio.

Arrivo all’appuntamento trafelata, credevo che sulla metro delle otto e quaranta ci sarebbe stata meno gente. (Ah, illusa!)

“Buongiorno, salve, sto cercando il signor L.”

“Sì, un momento.” “Prego, si accomodi.”

“Grazie.”

Mi faccio largo tra i libri, sperando di non inciampare e che la mia borsa (marypoppinsesca) non ferisca nessuno. Mi accomodo su una sedia da ufficio con le rotelle che sembrano appena oliate e mi muovo il meno possibile per non sbattere di qua e di là. Il signor L. mi dice mi parli un po’ di lei e allora entro in panico. Dai! Devo parlargli di me! E’ un argomento su cui dovrei essere preparata! Sì. Allora mi concentro e snocciolo i miei studi, le mie esperienze lavorative, i miei sogni. Sorrido. Sento caldo. Sono nervosa.

“Vuole un caffè?”, mi chiede.

“Noooooooo” rispondo, mentre penso che mi basterebbe un caffè per correre alla toilette in preda ai crampi.

E lui composto mi fa: “devi sempre mantenere la calma, ricordati che è la cosa più importante.”

Come punta nella mia maggiore debolezza incasso il colpo, sorrido, e proseguo.

Insomma alla fin della fiera mi dice Sei una brava ragazza, lasciami i tuoi dati e vediamo come posso inserirti nell’orario di lavoro. Ok! Scrivo i miei dati mentre penso che dovrei fare un corso d’inglese.

Se avessi fatto un corso di inglese oggi avrei saputo che rispondere a quel ragazzo giapponese che mi ha chiesto “Sorry, for Laurentina?” E io: “(Porc zozz!) Ehm… For Laurentina… ehm… I’m searching it right now.  If you want we can search it together!” Eh?? ma che cazzo gli ho detto?? Io sono quella che è riuscita a perdersi per quattro giorni di seguito dovendo fare sempre la stessa strada! Come posso dire a questo simpaticissimo giapponese che sorride a trentaquattro denti e annuisce entusiasta di seguirmi?? Allora cerco di rimediare: “But I don’t know exactly where it is. I’m sorry I’m sorry I’m searchin’ it.” Che non voleva dire niente. Davvero niente. Eppure lui capisce (non so cosa capisca di preciso), mi sorride (che avranno mai da ridere, sempre!?) e mi lascia andare. Puff. La nuvoletta sparisce e penso che anche se avessi saputo esprimermi correttamente in inglese non avrei saputo ugualmente dirgli dove doveva andare. Quindi fine del trip.

“Allora,” mi dice Mr L., “io voglio che prima di tutto tu pensi ai tuoi studi. Ho visto che sei ‘na brava ragazza e in qualche modo vedo d’inserirte nell’orario, ho i tuoi dati, quindi ti chiamo. Ti lascio i nostri”. “Grazie, è stato gentile”. “Grazie anche tu”. “Arrivederci”. “Sciao, sciao”.

Esco, cerco il cellulare nella borsa e non lo trovo. Mi convinco che deve essermi caduto lì. Comincio a disperarmi, penso che figura di merda ci faccio se torno e gli dico ah scusate dev’essermi caduto il telefono. Che pensano? Che sono distratta, che sono sbadata, che non sono seria, attenta, che sono una con la testa tra le nuvole. Che figura! Che figura! Il panico mi assale. E poi mi ricordo che il cellulare ce l’ho nella tasca del giubbotto.

Mentre vado a prendere la metro scambio due chiacchiere con me stessa.

“Dai, In fondo è andata bene.”

“Sì, ma non sono soddisfatta. Ho scoperto la mia debolezza, non sono stata per niente brillante né sicura di me. Che disastro!”

“Però dai, ti ha detto che puoi lavorare lì!”

“Sì però avrà pensato che sono una mezza calzetta.”

“Ti ha detto che sei una brava ragazza.”

“Le brave ragazze in genere sono mezze calzette.”

“Esagerata, era la prima volta che affrontavi un ‘colloquio’, vedrai che la prossima volta andrà meglio.”

“Sì, può darsi. Me lo dico anch’io però poi non è mai così.”

“Magari hai solo bisogno di tempo, non essere così severa con te stessa.”

“Vabbè, ormai è andata!”

Nel frattempo arrivo alla metro. Sto per sbagliare direzione ma invece no! Stavolta non mi faccio fregare!

Salgo su, scendo a Termini, cambio linea. Tutto perfetto. Non sbaglio nulla. Miglioro!

A Termini sale con me un ragazzo sulla trentina, pelato, indossa una tuta, uno zainetto e ha gli occhi esageratamente vivaci. Appena mette piede sul treno esordisce: “Allora! Dove andiamo?!”. A posto, penso, oggi ci mancava solo lo spostato di turno. Guarda due ragazze davanti a sé ed esclama: “Ammazza oh che profumo!”. Quelle, giustamente, nemmeno lo calcolano. E lui per tutta risposta comincia a cantare: “NO WAY NO WAY NO WAY… NO VIA NO VIA NO VIA”. Rido fra me e me. Non solo cantante ma pure traduttore, che uomo! Parla, senza rivolgersi a nessuno in particolare. “Devo anna’ ad Anagnina a portare er curriculum. Ao ma o sai che te dico? Io nun ce vado a lavora’, che so scemo che me faccio schiavizza’? Si me danno i sordi allora vabbè. Uò uò uò uò uò. Ma me devono dà tremila al mese. Sennò faccio er poverello. POVERECCIO!! NO UEI NO UEI NO UEI.”

Se ci fosse con me qualcuno non mi tratterrei, scoppierei a ridere. Chissà che ha vissuto questo ragazzo. Chissà magari ha un senso. Comincia a elencare tutti i libri che ha letto di recente. Quelli da 3 euro in edizione “bancarella”. Uno sul massaggio Shiatzu, uno di un cinese che ha girato il mondo, uno sull’energia dello spirito. Dice a una ragazza che lui vorrebbe partire, esplorare l’Oriente, la Malesia, il Giappone, poi andare in Messico, in California e solo alla fine in Occidente. Non so cosa intenda lui per Occidente. Ma ci tiene che l’Occidente sia la sua ultima meta. Penso che poi non è così spostato. Mi chiedo cosa faccia nella vita. Come abbia fatto a liberarsi di tutte le sovrastrutture sociali, dell’idea di sé che può dare agli altri. Mi dico che avrei bisogno un po’ della sua ironia. E penso che appena metterò piede fuori da questo trenino mi metterò a cantare anch’io. Mi avvicino alle porte. Un ragazzino mi guarda e mi sorride. Io ricambio.

Ecco la mia fermata, scendo.

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