* Yehuda Amichai *

Ho visto per la via, una sera d’estate,

ho visto una donna scrivere parole

su un foglio aperto sul legno di una porta chiusa,

e ripiegare, infilare fra lo stipite e l’uscio e andare via.


E il suo viso non l’ho visto né il viso dell’uomo

che doveva leggere il messaggio

e neanche le parole ho visto.

C’è una pietra sul mio tavolo su cui sta scritto “amen”,

frammento di una lapide, reliquia di un cimitero di ebrei

distrutto un migliaio d’anni or sono, nella mia città natale.

Una parola, “amen”, intagliata nel profondo della pietra

un duro amen conclusivo per tutto ciò che fu e non sarà,

un dolce gorgheggiante amen, come salmodiato,

amen amen, così sia.

Lapidi si spezzano, parole fuggono, cadono parole nell’oblio,

labbra che le dissero si son fatte polvere,

lingue muoiono come figli d’uomo,

rinascono altre lingue alla vita,

dèi cambiano in cielo, si avvicendano gli dèi,

le preghiere restano sempre.

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