Che in un’altra vita

Penso che in una vita di cui non ricordiamo la forma, io sia stata tua. Penso che in un posto santo di cui non vedo bene il nome (potrebbe essere Istanbul o Gerusalemme) il mio amore abbia trovato dimora presso di te. E anche allora ci siamo scritti in punta di mani. Lasciandoci messaggi velati, illuminati da una luce sapiente.

Io ti ho avuto in modi diversi da questo. In mondi diversi da questo abbiamo abitato insieme lo stesso letto. Chiedendoti di pronunciare il mio nome, come avrebbe voluto la nostra tradizione, per possedermi. E tu sei stato obbediente, baciandomi le dita dicevi Miriàm, seduti sotto l’ulivo, dicevi Miriàm. Ed era un sibilo benevolo, soffiavi l’amore fuori dalle tue labbra come fossero un giaciglio, baciandoti l’inizio, congiungendo gli angoli, arrotando la lingua, allargando il palato, assaporandoti la fine, dicevi, Miriàm.

Il mio nome non era un divieto, il mio nome ti apparteneva come uno dei tuoi muscoli. Deliziava la tua gola, il mio nome, rincorreva gli impulsi che attraversavano il tuo corpo.

Io so che in un’altra vita mi sei appartenuto e che il nostro amore è stato grande e raccontato da cento poeti.

E io oggi ti ritrovo in ognuno.

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