Un capitolo semichiuso, come il mio occhio che piange

Pensavo che avrei fatto tutto con molta lentezza, in silenzio e piangendo. E invece in due ore ho accoltellato tre anni. Pensavo sarei stata lucida e triste, ma mi ha masticata viva l’angoscia e la confusione, la sensazione che fosse un grande errore, la coscienza di non avere vie di fuga.

Qualunque decisione prenderò sarà sbagliata.

Ho tolto le lenzuola al letto, il copriletto, la federa del cuscino. Ho scansato distrattamente Zoe e Ih-Oh, in maniera ingrata, considerando tutte le volte che mi hanno dormito accanto mentre ero in panico per un esame. Dai cassetti ho preso i santini, il rosario, il portafoglio di riserva, un orologio con la batteria scarica da quattro anni, sessanta o settanta pagine di brutta: da una parte bianche, dall’altra la mia tesi in prima stesura.

Ho preso la carta vetrata e il filo dorato che due anni fa mi erano serviti per fare un regalo a una persona che tutto sommato non lo meritava poi tanto. Nonostante questo mi mancava.

Ho preso l’antizanzare che nelle notti quasi estive mi aiutava a dormire più rilassata e stordita, con un odore di dolcezza chimica nelle narici. Ho preso pure le boccettine di valeriana, che avevano più o meno lo stesso compito: aiutarmi a dormire più rilassata e stordita, ma non solo nelle notti estive.

Dalla scrivania ho tolto una vecchia fototessera fatta insieme a quattro amici, e forse è per questo (perché eravamo cinque teste in cinque centimetri) che non si capisce niente, in quella foto. Nonostante questo ho provato nostalgia.

Dalla scrivania ho tolto pure un boccale di birra che Dalia aveva rubato per me la sera del concerto di Samuele Bersani e che usavo come portapenne. Accanto, un altro portapenne: una tazza bompiani presa alla mondadori, dove malgrado la banalità delle mie confessioni, ho passato buona parte dei tre anni, sfogliando stile libero e bevendo caffè.

Ho tolto tutta la vita alle mie cose, come un’assassina che non teme morale. L’ho tolta al tappo della Du Demon, bevuta con Ale quella sera che abbiamo dato un esame. Quella sera che dopo, non riuscivamo ad alzarci dalla sedia senza barcollare.

Ale ha gli occhi neri, un sorriso che strega e io ricorderò quella volta che per una scemenza adolescenziale nal suo letto guardavamo lo sfondo del mio cellulare, blu con un vaso surreale, e lei ha detto quasi senza occhi, “ma cos’è? un bue?”. E ho riso. Le ho detto, sforzando un po’ la vista, “hai ragione, sembra il culo di un bue”. Dopo ci siamo lavate i denti, e ho messo al mio spazzolino la custodia del suo. Per questo abbiamo riso ancora nei giorni a venire.

Una lista non mi basta. Uno spazio, un confine. Non mi basta per il poster della Vergine, o per L’abbraccio, o per Valentina di Crepax presa in Via Umberto alle tre di notte e portata a spalla fino alla macchina di Tano. Non mi basta il sapore di certi rientri, svelti di stelle, coi saluti e i baci e le finestre aperte a leggere poesie o cantare, ai lampioni come fossero pianeti, Forse non essenzialmente tu, con voce piccola e felice.

Sono stata felice. Per tre anni, nell’ansia degli esami e nelle giornate di pioggia. Sono stata felice quando Nando ha perso una scarpa, per tirare un calcio troppo forte a una bottiglietta d’acqua vuota. Sono stata felice di avere scoperto, forse tardi, la dolcezza e la forza di Greis, i suoi polsi sottili e la voglia di confidarsi, celata, e forse celata male. Sono stata felice, tutte le volte che Gae veniva a prendermi, tutte le volte che insultava chiunque, tutte le volte che abbiamo mangiato insieme. Felice. Quando ho visto un film stupido insieme a Greis, e più felice quando abbiamo parlato fino a tardi. Perché le parole scardinano speranze. Mi sembra di essere stata felice sempre, non ricordo che questo. Non ricordo imbarazzi, non ricordo fatica per gli esami, non ricordo sacrifici o rinunce. Ricordo solo le giornate di sole.

Ricordo altre cose che qui non entrano più. E che un giorno dimenticherò. Perché è crudele chi dimentica la vita, ma soggiace alla natura sentendosi colpevole. Io vorrei non dimenticare niente. E quelli che con me sono stati felici, abbracciarli per sempre.

7 pensieri su “Un capitolo semichiuso, come il mio occhio che piange

  1. ricordiii, di un annooo(anni)….momenti che ti lasciano il sorriso ancora in piùùùùù……ricordiiii:)
    tienili sempre stretti…:)

  2. Comunque li ami quei ricordi che faranno parte di te, nonostante tutto. Li guarderai da un’angolazione diversa quando sarai più serena e sarai di nuovo felice con loro o con altri.

    Marco

  3. Forse perché c’ero, forse perché sono gli stessi miei punti di forza.
    Forse per queste cose o forse per altre so che è stato lacerante l’atto di riporre un ricordo in una scatola marrone della pasta, o di qualsiasi altro tipo di oggetto vendibile al supermercato sotto casa.
    Forse perché so che male fa non riesco a dirti “tranquilla ricorderai sempre”.
    Forse perché già ora voci e volti non li ricordo bene. Ma sta sicura che qualsiasi cosa che di buono è stato costruito rimarrà li in piedi a dimostrare che abbiamo vissuto, camminando piano, in via Umberto per andare da C&G o via Vittorio Emanuele per andare alla tua università… abbiamo vissuto ogni passo e ognuno di quei passi è un monumento a quei tre anni di vita amata.
    A tal proposito piccola parentesi… :D
    Grazie di tutto, grazie per le canzoni sussurrate al vento la sera, grazie per le poesie e per le pagine sfogliate, grazie per le volte che hai aspettato il mio ritardo nel cortile dei benedettini, e grazie per i menù di pesce, grazie per aver fatto schifiare Tano con quei menù, grazie per aver rivalorizzato tutto, perché quel posto lo odiavi e invece per me era magico…
    GRAZIE ancora e come sempre…

  4. Per Marco: Spero che tu abbia ragione :)
    Per Jack… e che fai? mica queste cose si dicono in pubblico…. :$ :) :*
    Per jotaro… non ti scutari cciù dda canzuni “ricoooooooordiiiiiiiiiiii” se mi bbuoi bene! :D ALtrimenti niente granita al sabato! NZU NZU.

  5. La Catania che hai odiato sempre per lo stress che ti ha causato è qui ora descritta come l’artefice di anni di pura gioia… sono felice sia rimasto tutto questo in te!
    Anche io ho vissuto lì dei momenti complici e serate ad occhi quasi spenti per il sonno…tutto in quella casa che non ti appartiene più ma che sarà sempre un po’ tua e un po’ di tutta la gente di cui hai parlato qui.

    Viviamo lo stesso sentimento in questo periodo…tocca solo provare a sperare che anche altrove ci sia qualcosa di positivo, almeno la metà di ci che si è già vissuto.
    Fidati della gente che hai accanto…tutto rimarrà in te, se lo vuoi.

  6. mi sono scordata di mettere il mio nome nel commento precedente… -_-‘ forse si capiva…
    vabbè è che è tardi :D
    adieu

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